Valéry Giscard d’Estaing tra Tocqueville e Machiavelli

Valéry Giscard d’Estaing tra Tocqueville e Machiavelli

Europeista e riformatore, visse una lunga carriera fatta di luci e ombre, vittorie e sconfitte. Ritratto dell’ex presidente francese, grande protagonista della politica europea, scomparso a 94 anni. L’articolo di Giorgio Ferrari.

Con Valéry Giscard d’Estaing il virus si è portato via un uomo dalle molte contraddizioni ma che, senza dubbio, è stato uno dei protagonisti assoluti della scena politica del secolo scorso. Era nato a Coblenza, e questo lo portava a comprendere i tedeschi fuori da ogni stereotipo tipico dei francesi, che li avevano combattuti in tre conflitti. Divenne un servitore dello Stato e poi un politico che comprese per primo il fatto che il conservatorismo gollista stava per essere superato dalla Storia.

Divenne il più giovane Presidente della Repubblica francese creando uno schieramento che, partendo dal centro, seppe intercettare le aspirazioni e le speranze del ceto medio. Erano gli anni del cosiddetto consenso socialdemocratico, vale a dire il welfare definito in termini di diffusa presenza assistenziale dello Stato e Giscard non lo mise in discussione, come del resto facevano anche i conservatori e cristiano democratici europei. Ma, se fosse stato rieletto, aveva in programma riforme specifiche di quel sistema, cosa che fu fra i motivi della sua sconfitta.

In ogni caso diede una decisa impronta riformatrice alla sua presidenza soprattutto nel campo dei diritti. A lui i francesi devono il voto a 18 anni, la legge sull’aborto, ampliò il diritto di ricorso alla Corte costituzionale, cosa di cui beneficiarono soprattutto le donne, rese più agevole il divorzio consensuale. Sul piano internazionale fu prima di tutto un europeista convinto. Trovò una sponda preziosa in Helmut Schimdt, di cui divenne fraterno amico. Si cominciò a parlare di un asse franco-tedesco e la cosa aveva un significato diverso da quello che assunse successivamente. I due Paesi, che si erano massacrati durante due guerre mondiali, indicavano un percorso comune ai membri della CEE e a quelli che volevano entrarci. Il processo di integrazione rimase il suo faro anche, e forse soprattutto, dopo la sconfitta elettorale che gli inflisse François Mitterrand. Suo il progetto del nuovo trattato, che i suoi concittadini bocciarono con un referendum. Ma non si perse d’animo, continuò la sua battaglia e ottenne significativi successi. Non lo spaventò nemmeno il voto sulla Brexit, al Corriere della Sera disse” Che cos’è in fondo l’Unione Europea? L’euro, e la libera circolazione delle persone, ossia il trattato di Schengen che i britannici non hanno ratificato. La Gran Bretagna non è uscita da granché, perché quanto all’essenziale era già fuori”. Parole non del tutto condivisibili, ma che testimoniarono della sua coerenza e della volontà di lottare per un’Europa sempre più forte.

E veniamo ai famigerati diamanti. La Francia, non solo Giscard, ma tutti i Presidenti hanno avuto una politica africana fatta di legami con dittatori, presenza economica e anche militare. La questione meriterebbe un articolo specifico, perché riguarda aspetti di grande complessità. Regali di vario tipo e natura hanno viaggiato tra le due sponde del Mediterraneo per molto tempo. Negli anni di Giscard per altro questa politica si inseriva nel big game della guerra fredda e del contrasto alla penetrazione in Africa dell’Unione Sovietica e dei suoi alleati. Ci sono stati episodi di cui nessun francese può andare fiero. Non spetta a chi scrive assolvere o condannare. Come scrisse Manzoni di un altro francese: ai posteri l’ardua sentenza.

Giorgio Ferrari, 6 dicembre 2020