Mario Pannunzio, la civiltà liberale (Mario Pannunzio)

Mario Pannunzio, la civiltà liberale (Mario Pannunzio)

È disponibile da qualche giorno in libreria il saggio “Mario Pannunzio, la civiltà liberale” (Edizioni Golem, Torino): una selezionata – e ragionata – raccolta dei contributi di numerose e importanti firme, che ricostruisce un ritratto a tuttotondo di Mario Pannunzio, uomo di cultura, giornalista e politico del Novecento. A curarla non poteva che essere Pier Franco Quaglieni, massimo studioso dell’eclettico personaggio, che 52 anni fa – all’indomani della sua morte prematura – contribuì a fondare, insieme ad Arrigo Benedetti (che di Pannunzio fu amico d’infanzia e per la vita) e Mario Soldati, il Centro Studi “Mario Pannunzio” di cui è da sempre instancabile direttore e animatore.

In Italia non c’è stato uomo politico, di cultura e di spettacolo che abbia avuto un po’ di fama, e attivo dagli anni Trenta agli anni Sessanta, che non abbia cercato di ingraziarsi la stima e – quando possibile – l’amicizia di Mario Pannunzio, perchè la sua considerazione era un attestato di autorevolezza da esibire negli ambienti delle élite liberali contemporanee. Eppure, al di fuori di queste cerchie ristrette, Mario Pannunzio non godeva di particolare popolarità, e lui stesso la rifuggiva. Ce lo ricorda esaurientemente Indro Montanelli in un suo articolo -riportato sul saggio curato da Quaglieni- scritto per il “Corriere della Sera” all’indomani della scomparsa di Mario Pannunzio: “Rientrai da Milano a Roma in treno, proprio la mattina che i giornali recavano la notizia dei funerali di Mario Pannunzio con la biografia dello scomparso.

Vidi un mio compagno di viaggio scorrerla distrattamente, eppoi lo udii chiedere al suo dirimpettaio: «Ma era uno scrittore così importante?»; l’altro si strinse nelle spalle: «Non so» rispose, «non mi pare di avere mai letto nulla di lui». Quel signore si sbagliava di grosso. Di Pannunzio aveva letto moltissime cose, ma lui non lo sapeva, non poteva saperlo perché quelle cose recavano altre firme, compresa qualche volta la mia. Ebbi la tentazione di spiegarlo ai miei coinquilini. Ma pensai che Pannunzio non me ne sarebbe stato grato. Disprezzava la popolarità, non aveva mai fatto nulla per procurarsela, e fin sul letto di morte si era preoccupato di evitare ogni ostentazione disponendo che le esequie si svolgessero alla chetichella, quasi in incognito“.

Un semplice aneddoto che ci rappresenta l’essenza di Pannunzio: il suo lavoro di ispiratore (di “suggeritore“, aggiungo) è stato fonte di riflessione e dibattito anche quando l’imponente opera pubblicistica prodotta dai giornali di cui fu direttore -dal Risorgimento Liberale a Il Mondo – non riportava in calce la sua firma. Arrigo Benedetti ricorda: “Preferiva far scrivere, ispirare idee e correggere la forma, insegnare come si scrive. E quelli che hanno attraverso il suo insegnamento perfezionato il gusto e l’arte del ben scrivere sono molti e noti nella maggiore stampa italiana”.

Pannunzio e Benedetti furono i miei maestri – ha scritto Eugenio Scalfari nel suo racconto autobiografico – Dico meglio: i miei padri di giornalismo e di politica. A entrambi debbo moltissimo, con entrambi e in modi diversi ebbi una rottura forte, come spesso avviene tra padri e figli. A tanti anni di distanza ne porto ancora nel cuore l’insegnamento e la memoria“. Montanelli, Scalfari… Di quanti e quante volte Mario Pannunzio è stato la guida e il riferimento?

Un gustoso ritratto ce lo regala Antonio Maccanico; “Grand Commis” della prima Repubblica, e più volte Ministro: “Di tanto in tanto Pannunzio mi introduceva nel suo studio, ove campeggiava un ritratto di Cavour e sulla scrivania una fotografia di Benedetto Croce. Questo era un segno di considerazione, che fece subito accrescere il mio credito e la mia reputazione in quel clan così esclusivo. Pannunzio, sapendo il lavoro che svolgevo alla Camera, era avido di notizie fresche, di prima mano, sul lavoro parlamentare e legislativo e sulle novità politiche della giornata: riteneva che fossi una buona fonte di notizie e perciò voleva ascoltarmi a quattr’occhi. Più di una volta di alcune di quelle notizie dategli in quegli incontri trovavo l’eco in “Taccuini” da lui ispirati e scritti in forma anonima di volta in volta da Gorresio, da Forcella o da Battaglia“.

Pannunzio fu un liberale autentico, ma volendo presuntuosamente giocare sulle parole, venne travolto prima ancora dalla passione per le “arti iberali“, facendosi convincere in principio dalla sorella Alessandra a coltivare la sua predisposizione alla pittura, eppoi lasciandosi sedurre dalla più recente delle espressioni artistiche di allora: la cinematografia. Ci ricorda la Treccani che nel 1935 s’iscrisse al primo corso del Centro sperimentale di cinematografia, una nuova istituzione diretta da Luigi Chiarini, “persuaso che il cinema rappresentasse ormai la più moderna e rivoluzionaria delle arti, il migliore strumento per comprendere la realtà, più efficace della letteratura e della pittura, ragione per cui dal 1936 si dedicò principalmente alla cinematografia come sceneggiatore, regista e critico“. E fu in quegli anni che conobbe Mario Soldati: “La mia storia era totalmente diversa da quella di Pannunzio -leggiamo nel libro di Quaglienila testimonianza dello scrittore torinese- Io da ragazzo ero stato imbevuto di gobettismo e di socialismo turatiano e matteottiano. Soprattutto per me fu molto importante l’amicizia con Giacomo Noventa, l’amico di una vita. Volevo diventare americano, pur di sfuggire alla dittatura di Mussolini. Dovetti occuparmi di cinema perché non avevo altre prospettive, non volendo prendere la tessera. Pannunzio era imbevuto di letteratura, frequentava i circoli intellettuali romani, aveva un evidente disinteresse per la politica. Giustamente ci fu chi lo definì afascista, anche se le nostre belle compromissioni con il regime fummo tutti costretti a subirle. Tra noi, oltre il cinema, c’era anche un amico comune: Leo Longanesi, fascista critico del regime durante il ventennio, ostile all’antifascismo a Liberazione avvenuta. L’“Omnibus” di Longanesi fu importante per Pannunzio, per me, per tantissimi altri“.

A smentire in parte Soldati, invece, la sua passione politica emerse  – eccome ! -concretizzandosi con la fondazione del giornale “Risorgimento Liberale“, poi destinato a diventare organo del rinascente Partito Liberale Italiano, del quale Pannunzio fu promotore in clandestinità insieme a Benedetto Croce (militanza che pagò col carcere  dall’ottobre 1943 al febbraio 1944) negli ultimi anni del ventennio e poi – finalmente alla luce del sole – nel dopoguerra. Un rapporto – quello col PLI – altalenante e burrascoso che ne vide l’uscita nel 1947 e il rientro con la riunificazione di Torino nel 1951, e infine la definitiva uscita con Villabruna nel 1955. Cosa fu il Partito Liberale negli anni di Pannunzio è tema che vorrei tornare a trattare in futuro. Prendo solo un ritaglio dalla “Storia del Partito Liberale Italiano” di Pierluigi Barrotta (Ed. Rubbettino) con un brano dell’articolo “La terza via“, scritto da Pannunzio sul «Risorgimento liberale» il 20 marzo 1946: “quello liberale non è un partito di massa, ma bisogna tener presente, quando si parla di queste cose, che masse […] non significa soltanto quantità […]. L’essere «massa» è piuttosto una qualità che deriva dall’essere parte indifferenziata di un tutto, dall’aver perduto l’individualità delle idee, delle credenze, persino dei gusti per divenire un granello di sabbia in un mucchio“. In seguito, anche le esperienze col Partito Radicale non furono per lui appaganti.

Il desiderio sincero di Mario Pannunzio era quello di contribuire alla costruzione di una società liberale ideale, ma rendendosi conto del carattere utopistico del suo sogno, cercò di spargerne, ove possibile, i semi su terreni talvolta più tendenti all’attecchimento e talvolta meno: ogni persona che lui ha conosciuto in qualche modo è diventata ospite dei suoi potenziali germogli….

Certamente terreno fertile lo trovò in Pier Franco Quaglieni, che per più anni, di quanti Mario Pannunzio ne avesse potuti sfruttare nella sua vita troppo breve, con il “Centro Pannunzio” ha riunito tutti gli intellettuali che sono stati vicini al grande Direttore ed ha contribuito a diffonderne il pensiero. Mario Pannunzio è stato il Lievito Madre, il Centro Pannunzio la fucina, che lo mantiene in vita e lo rinnova.

Nel suo saggio Quaglieni ci racconta delle difficoltà che ha dovuto affrontare per tenere viva l’opera pannunziana, vuoi per superare la retorica delle celebrazioni (come quella avvenuta nel 2010 in occasione del centenario dalla nascita), vuoi per recuperare un’eredità che la vedova (Mario Pannunzio e la moglie Mary non hanno avuto figli) avrebbe voluto consegnare al Centro Pannunzio, ma che purtroppo venne dispersa in gran parte, come ci ricorda egli stesso: “Attorno al nome di Pannunzio si sarebbe potuta costituire una piccola lobby che avrebbe snaturato il senso del centenario che doveva essere invece caratterizzato dal distacco e dal rigore critico e non dalla gara, davvero poco edificante, addirittura pochi mesi prima della ricorrenza, per appropriarsi dell’eredità contesa di Pannunzio. C’erano persino ambienti occulti, a cui Pannunzio fu sempre estraneo, interessati ad accaparrarsi la sua figura. Anche per “Il Mondo” era successo qualcosa di simile e quando,nel 1966, cessò le pubblicazioni, tutti, improvvisamente, si accorsero di quanto fosse importante e prezioso“.

Il Mondo, testata inarrivabile, scuola e palestra del miglior giornalismo, fu la creatura meglio rappresentativa della la vita di Pannunzio, tanto che alla sua chiusura – nel 1966, due anni prima della morte – egli si ritirò in monastica vita privata a curare la sua biblioteca di 30.000 volumi. Ricordava Spadolini: “Le origini de “Il Mondo”, in quel lontano febbraio 1949, meritano di trovare ancora il loro storico: e quando dico “storico” intendo chi si ponga di fronte a quel fenomeno, unico e per certi aspetti irripetibile, con animus di distacco e di serenità, senza l’ansia, affiorata in tante occasioni, di cancellare i nomi scomodi o sgraditi, magari in funzione di auto-incenso. Pannunzio, che detestava la categoria del “solenne”, partì per la sua iniziativa con propositi di concretezza e di serietà che vorrei chiamare “crociani”, con uno stile dimesso e discreto“… Lo raccomando al gruppo di amici diretti da Guido Barosio che ne stanno riprendendo la testata: facciano di Pannunzio il proprio “lievito madre“, come ho scritto, e potranno trarne solo beneficio.

Vittorio Gorresio, altra firma illustre del settimanale: “Si spiega pure come, nel corso dei diciotto anni tra il 1949 e il 1956, “Il Mondo” sia stato seguito da tutti quelli che per il bene e per il male contano qualcosa in Italia, con tanta passione, in pro e in contro, e come sia stato temuto, vale a dire apprezzato, da chi non aveva le carte in regola con la cultura, la morale e la politica, e come sia stato combattuto, perché ignorarlo non era possibile, da comunisti, fascisti e clericali. Era infatti ne “Il Mondo”, che fra le creature di Pannunzio fu quella in cui gli riuscì di più nettamente identificarsi, che si riflettevano, a disagio, tante cattive coscienze. Quando ne uscì l’ultimo numero – 890° – con la data dell’8 Marzo 1966, il sollievo di molti fu reale, come di altri fu sincero il rammarico; e non è quello di un elogio da poco“.

C’è molto da leggere e tanto su cui riflettere in Mario Pannunzio, la Civiltà Liberale: le firme che vi contribuiscono sono numerose ed impossibili da elencare tutte in questa sede: Indro Montanelli, Marco Pannella, Giovanni Spadolini, Igor Man, Carlo Laurenzi, Mario Soldati, il cardinale Gianfranco Ravasi, Marcello Pera, Pierluigi Battista,Valerio Castronovo, Dino Cofrancesco, Mirella Serri, Carla Sodini, Valter Vecellio, Gerardo Nicolosi, Girolamo Cotroneo… Testimonianze dalle quali è possibile cogliere spunti e -come scrivevo- ispirazione.

Il lavoro di Mario Pannunzio non è finito: grazie a Pier Franco Quaglieni per avercelo ricordato.

Edoardo Massimo Fiammotto, luglio 2020