La libertà è nella Costituzione. Colloquio con Antonio Pileggi

La libertà è nella Costituzione. Colloquio con Antonio Pileggi

Laicità, libertà d’insegnamento e partecipazione democratica. Dialogo con l’autore del libro “Il filo delle libertà” (Rubbettino). La sua idea è chiara: per combattere i mali che attanagliano il nostro Paese – a cominciare dalla degenerazione plebiscitaria dei partiti politici – bisogna tornare ai principi della nostra carta.

Antonio Pileggi prova a riannodare “il filo delle libertà”, come indica il titolo del libro. Si tratta di un agile volumetto, edito da Rubbettino, che raccoglie interventi – tra cui un inedito – su vari argomenti: crisi dei partiti e delle istituzioni, problemi della scuola e del sistema scolastico anche a causa della pandemia, separazione tra Stato e Chiesa e questione di Roma Capitale a 150 anni dalla Breccia di Porta Pia. Sullo sfondo, i temi della libertà politica e della libertà d’insegnamento. “Le libertà sono da declinare al plurale” – tiene a specificare – “come diceva Croce”. Intervistato per I Liberali, Pileggi si è soffermato sui problemi che affliggono il sistema politico-istituzionale italiano: crisi dei partiti e scarsa partecipazione dei cittadini, allontanamento dai principi della Costituzione e impoverimento culturale del Paese, che Pileggi definisce “denutrizione culturale”.

Il libro si intitola “Il filo delle libertà”. Che cosa vuole rappresentare questa immagine?

Il filo delle libertà è l’intreccio delle idee e delle regole che finiscono per consentire e condizionare la convivenza. Dall’intreccio tra politica e potere, cioè tra pensiero politico e uso del potere, emerge ciò che possa garantire o impedire il godimento delle libertà. Nell’epoca moderna sono le Costituzioni e le grandi Carte che segnano, nei loro contenuti e nel modo come nascono e come si attuano, il progresso della civiltà umana. Com’è il caso, ad esempio, della Costituzione italiana e della Convenzione di New York del 1989 sui diritti dei fanciulli. Mi riferisco alle regole di alto profilo nelle quali una comunità possa riconoscersi. Mi preme dire, in proposito, che l’Assemblea Costituente approvò all’unanimità un ordine del giorno, primo firmatario Aldo Moro, che considerava necessario l’insegnamento della Costituzione attraverso il suo inserimento nel quadro didattico di ogni ordine e grado della scuola. Ma ciò non è avvenuto.

Nel libro denunci la deriva oligarchica e personalistica dei partiti, nel quadro di una generale tendenza plebiscitaria della nostra democrazia. Quali sono, a tuo avviso, le cause di questa tendenza? Quali ne sono i rimedi?

La parola denuncia non mi piace. Preferisco le parole che facciano riferimento all’analisi e alle proposte per provare a mettere in luce la situazione che è sotto i nostri occhi. Nel libro mi soffermo sulle sette anomalie tipiche dell’Italia. Non posso certo elencarle nei tempi ristretti di una intervista, ma qualche accenno bisogna farlo quanto meno per ricordare che il sistema dei partiti è in crisi, e con esso sono in crisi le istituzioni democratiche. L’invadenza dei partiti nella giustizia e nell’amministrazione è un fenomeno tipico della peggiore degenerazione della politica. Lo spoils system all’italiana è stato un disastro e si è smarrito il senso dello Stato e dell’esigenza di rispettare il principio dell’imparzialità e del buon andamento della pubblica amministrazione. Il pensiero politico è ristretto in un recinto di idee che hanno un solo obiettivo: la conquista dei palazzi del potere. In una intervista spesso la domanda è più importante della risposta. La tendenza plebiscitaria, di cui fai cenno nella tua intelligente domanda è, a mio avviso, il frutto di scelte politiche e ordinamentali che hanno via via indebolito e che ancora tendono ad indebolire la funzione di indirizzo e di controllo delle assemblee elettive: consiglio comunale, consiglio regionale e parlamento. Ciò ha finito per accentuare i poteri decisionali del sindaco, del cosiddetto governatore regionale e del capo del governo nazionale. Ricordo, per fare un esempio, che il sindaco dei nostri tempi ha più potere di quanto non ne avessero i podestà di epoca fascista. Si tende a personalizzare il ruolo politico di chi sia investito di una responsabilità istituzionale e si favorisce la formazione di un notabilato diventato strumento dell’organizzazione di partiti liquidi e privi di strutture e di riferimenti territoriali dove possa essere agibile e diffuso il metodo democratico, quindi dove possa realizzarsi l’effettiva partecipazione dei cittadini. Che non può essere la partecipazione per una sola volta ogni 5 anni: il giorno della elezione e della investitura del sindaco, del governatore o del capo dell’esecutivo.

Quali i rimedi? Nel libro non mi sottraggo a questa domanda. Prima di tutto penso che sia indispensabile la riscoperta dell’etica pubblica e, in modo particolare, dell’etica della responsabilità. Sembrerebbero maturi i tempi per smascherare la degenerazione della democrazia che punta al personalismo e impedisce la democrazia delle regole. Quindi diventa improcrastinabile l’attuazione dell’art. 49 della Costituzione per mettere fine all’autoreferenzialità di partiti che spesso sono personali e padronali e che, quindi, finiscono per soffocare il metodo democratico e l’esercizio effettivo della cittadinanza attiva. Parlo della necessità di superare la cattiva pratica del militante obbediente ai voleri del capo partito di turno, che troppo spesso assomiglia al capitano di ventura di epoca antica, e di passare al metodo (democratico) che consenta al cittadino di essere protagonista e in grado di conoscere, discutere e deliberare. Cito il noto adagio di Einaudi.

Negli ultimi trent’anni sono stati molti i movimenti nati in aperta contrapposizione allapartitocrazia e alla politica tradizionale: dalla Lega Nord a Forza Italia, dall’Italia dei Valori al Movimento Cinque Stelle. Nessuna di queste esperienze è stata in grado di rappresentare un nuovo modello di partito in grado di rispondere credibilmente alle esigenze di partecipazione democratica dei cittadini. In alcuni casi, il nuovismo privo di cultura politica ha contribuito all’ulteriore degenerazione del sistema. Che cosa si è sbagliato nella cosiddetta seconda repubblica?

Da liberale che ha come stella polare il dubbio, non voglio peccare di certezze in una materiache richiede un esame complesso ed articolato. Ma possiamo dire con certezza che il crollo dei partiti negli anni ’90 del secolo scorso non generò una rinascita di partiti ispirati al metodo democratico. Tutt’altro. Si fece strada l’idea del movimento, più o meno fortunato, sotto la guida del capo carismatico di turno. La fortuna dei movimenti è quasi sempre legata alla teoria e alla pratica dell’antipolitica che miete successi effimeri perché fondati nel contrastare qualcosa e qualcuno con il qualunquismo di giornata. I costruttori di soffitte, nella politica, spesso non hanno la consapevolezza dell’edificio di regole e di tradizioni che costituisce un partito. Ciò spiega come possa accadere che partiti e partitini nascano e muoiano alla stregua di un comitato elettorale. E spiega anche come una qualsiasi forza organizzata dotata di grandi somme di denaro possa dire e fare di tutto e il contrario di tutto servendosi degli aiuti dei media quasi sempre complici nella cancellazione della memoria.

Nel libro comunque si sottolinea che i partiti sono indispensabili per il corretto funzionamento della democrazia, no?

Certo! Il mio non è affatto un libro dell’antipolitica. Nell’ultimo capitolo, concludo mettendo a fuoco il valore dell’appartenenza ai partiti. Se un cittadino non partecipa, qualcun altro lo farà al suo posto: i vuoti di potere sono sempre riempiti in qualche modo, ed è meglio che questo spazio venga occupato dai cittadini organizzati in partiti piuttosto che, in modo totalizzante, dai potentati e dai padroni di formazioni politiche che spesso si servono dei capi carismatici sempre più simili ai capitani di ventura d’epoca medievale.

Quanto conta, in tutto questo, il sistema elettorale?

Tantissimo. La lunga notte della democrazia italiana discende anche dal fatto che leggi elettorali illiberali e finanche incostituzionali sono state varate con un’arroganza ricorrente e sconcertante. Quando ci si trova innanzi ad una legge elettorale illiberale e incostituzionale viene di fatto frustrata la partecipazione del cittadino e si favorisce l’abbandono delle urne. Purtroppo, non siamo ancora usciti da questa lunga notte. Vorrei sottolineare che la incostituzionalità è stata rilevata a seguito di contenziosi sollevati innanzi all’autorità giudiziaria da semplici cittadini.

Nel volume ti soffermi molto sulla scuola, un argomento di cui ti sei sempre occupato, anche per ragioni professionali. Quali sono, a tuo avviso, i principi su cui dovrebbe essere organizzata la scuola italiana?

Il punto principale, secondo me, è quello della libertà d’insegnamento, che si fonda sulla centralità dello studente e sul dialogo educativo studente-docente. Bisogna garantire allo studente di poter crescere con una sua capacità critica. Chi studia non può essere un vaso da riempire di conoscenze. Molto importante è anche l’aggiornamento professionale dei docenti: si pensi alla didattica a distanza, che ha fatto emergere anche molta improvvisazione. La libertà d’insegnamento non è – o non è soltanto – un diritto del docente ma una caratteristica della scuola. Nel libro ho indicato quelli che, a mio avviso, sono i 5 pilastri che caratterizzano la libertà d’insegnamento. E poi c’è il tema molto caro alla cultura liberale: il diritto allo studio, che in Italia è troppo trascurato.

Come giudichi la politica scolastica degli ultimi decenni, caratterizzata da molti cambiamenti?

I cambiamenti non sono stati sempre positivi e spesso hanno sconvolto il sistema scolastico italiano. Faccio qualche esempio. L’architettura organizzativa del Ministero èdurata quasi 150 anni: dalla legge Casati del 1859 fino al 2000 quando, tra l’altro, sono stati soppressi i Provveditorati agli Studi e gli istituti che si occupavano di ricerca educativa. Il provveditore agli studi fu istituito nel 1859 per sottrarre al prefetto, competente in materia di ordine pubblico, la funzione che aveva impropriamente in materia scolastica. Negli anni scorsi abbiamo visto chiamare in causa un prefetto per affrontare problemi nati nella scuola. Da venti anni i tagli alla scuola sono stati una costante. E la ricerca educativa èdiventata la cenerentola della scuola italiana.

Nel volume parli di una “denutrizione culturale che ha impoverito e che continua a impoverire il Paese” e aggiungi che bisogna “elevare la qualità della scuola e dell’obbligo scolastico per mettere al riparo le giovani generazioni dalla denutrizione culturale messa in pratica attraverso la massiccia diffusione in rete della demagogia e delle notizie false (fake news).” Possiamo approfondire questo aspetto, oggi al centro di molte controversie?

La denutrizione culturale è sotto gli occhi di tutti: basta vedere i risultati delle ricerche sulla capacità di lettura e sull’analfabetismo di ritorno. Il problema era stato sollevato in modo particolare anni fa da Tullio De Mauro. In Italia è gravissimo il fenomeno dell’abbandono scolastico: molti ragazzi non completano le scuole secondarie. E il numero dei laureati è lontano dai livelli europei. L’educazione permanente in Italia non è considerata una priorità. I tagli alla scuola, operati negli ultimi vent’anni, hanno dimostrato la debolezza del sistema scolastico in presenza della pandemia. Molti ministri hanno provato a fare la propria riforma.

Ma le riforme della scuola devono essere pensate guardando ai tempi lunghi: non si inventano riforme ogni legislatura e ad ogni cambio di governo. I guasti della scuola non si vedono subito, come invece accade ad esempio nel caso della sanità. Si vedono nel lungo periodo. Se non ci si occupa seriamente della scuola, il Paese rischia di pagare un prezzo alto.

Un capitolo del libro è dedicato a Cavour e Papa Francesco. Qual è il collegamento tra queste due figure?

Il titolo del capitolo è, per l’esattezza, “Da Cavour a Papa Francesco, Roma Capitale e la separazione del potere spirituale dal potere temporale. Cavour, da visionario lungimirante e pragmatico, alla stregua del pragmatismo liberale di ispirazione anglosassone, pensò e agì per realizzare l’unità d’Italia e Roma Capitale. Sostenne in modo molto convincente ed efficacemente, dal punto di vista politico, la tesi della separazione tra potere temporale e potere spirituale. Una separazione vissuta da parte della Chiesa, o meglio dal Papato e dall’idea del Papa Re, in modo traumatico. La situazione ha cominciato a sanarsi col Concilio Vaticano Secondo di Papa Giovanni XXIII e del suo successore Palo VI. Con l’attuale Papa risulta ormai definitivamente superata ogni questione poiché il ruolo spirituale del Vescovo di Roma sta dimostrando di essere di dimensione planetaria e lontano da ogni idea di esercizio di potere temporale.

Intervista a cura di Saro Freni