Giovanni Orsina su Malagodi: un grande politico, ancorato ai valori dell’occidente

Giovanni Orsina su Malagodi: un grande politico, ancorato ai valori dell’occidente

Pragmatico, competente, atlantista, legato all’idea di una modernizzazione liberale del paese. Lo studioso della LUISS ci racconta chi fu lo storico segretario del Pli, a trent’anni dalla scomparsa. L’intervista di Saro Freni.

“Malagodi sapeva pensare il paese dentro un contesto più ampio, aveva capito che il problema dell’Italia era quello di adeguarsi alle condizioni globali, ossia di mettere insieme la dimensione politica interna con quella internazionale.” A parlare è Giovanni Orsina, professore di storia contemporanea alla LUISS-Guido Carli, autore del volume L’alternativa liberale. Malagodi e l’opposizione al centrosinistra (Marsilio, 2010). Intervistato dai Liberali, Orsina ne ha ricostruito la figura, a trent’anni dalla scomparsa.

Chi è Giovanni Malagodi nel momento in cui diventa segretario del Pli?

Innanzitutto, è una persona già di una certa età: ha cinquant’anni. Non viene da una carriera politica: l’ha cominciata soltanto un anno prima, nel 1953, quando viene eletto per la prima volta. È – non dimentichiamolo – il figlio di Olindo Malagodi, quindi può contare su un’importante tradizione liberale familiare.

Quali sono le sue tappe di avvicinamento alla politica?

Sotto il fascismo non fa politica, occupandosi invece di banca e sviluppando una serie di competenze nella gestione dell’economia finanziaria, con un forte profilo internazionale. Il contesto è quello della Banca Commerciale di Mattioli: Malagodi crebbe in quella nidiata di tecnocrati economico-bancari che furono centrali nell’Italia degli anni ’30. A partire dal secondo dopoguerra – quando ritorna in Italia, dopo essere stato in Argentina durante il conflitto – comincia una carriera come consulente del governo, ed è uno dei tecnocrati che gestiscono l’integrazione dell’Italia all’interno delle istituzioni economiche dell’occidente, che prendono forma proprio in quegli anni. Quindi, la figura di Malagodi è quella di un altissimo tecnocrate nel settore privato bancario, che però ha anche un fortissimo rapporto con la dimensione pubblica.

Oggi si parla molto della dicotomia tecnica-politica, mettendo in contrapposizione rappresentanza e competenza. Malagodi – uomo di vasta cultura, non soltanto in campo economico – era più un tecnico prestato alla politica o un politico con un ampio bagaglio di conoscenze tecniche?

Dopo il 1953-1954 diventa un politico. È un politico con le idee molto chiare, con un’ampia e profonda cultura e con un ampio bagaglio di competenze tecniche. Insomma: è quello che un politico dovrebbe essere. Possiamo definirlo un tecnico avvicinatosi ad un certo punto della sua vita al mondo della politica, diventato pienamente un politico ma conservando profonde conoscenze di natura specialistica. Molti suoi critici sottolineano che questo gli dà una certa impoliticità, perché nella tattica politica è irrigidito non soltanto dall’approccio tecnocratico, ma ancora di più dalla robusta impostazione ideologica. È importante dire, a questo proposito, che la tesi di laurea di Malagodi verteva proprio sulle ideologie, ed era stata scritta negli anni venti, quando si cercava di trasformare anche il liberalismo in un’ideologia per renderlo in grado di competere con fascismo e comunismo.

A questo proposito, Malagodi pensava che si potesse fare un “partito liberale di massa” – per usare una definizione che avrebbe avuto fortuna decenni più tardi – oppure considerava il liberalismo intrinsecamente elitario?

Non considerava il liberalismo intrinsecamente elitario: su questo mi pare ci sia una linea di frattura con Croce. Malagodi spera che la modernizzazione dell’Italia porti le persone verso il liberalismo, visto che si sviluppa sotto l’egida di un sistema sostanzialmente liberale – con tutte le condizioni e i limiti del caso – come è quello occidentale post-1945. La sua idea è questa: nel momento in cui l’Italia riuscirà a proiettarsi al di fuori della sua arretratezza storica, gli elettori capiranno e verranno sul terreno liberale. Questo è forse il suo maggior errore. Tutto il suo progetto è quello di sviluppare il Pli come un embrione di partito di massa, cioè con le strutture, il programma, l’ideologia, l’organizzazione costruiti come se fosse un partito di massa. Un partito di massa piccolo, per il momento, ma con tutta la possibilità di crescere.

Quali referenti sociali avrebbe dovuto avere questo piccolo partito di massa?

I ceti produttivi, partendo da quelli settentrionali, ma con l’idea che il benessere avrebbe prodotto un ampliamento di questi ceti, nel quadro di un generale imborghesimento della società, aumentando il consenso verso gli ideali liberali.

Malagodi fu una personalità con una forte proiezione internazionale. Come influì questa conoscenza del mondo nella sua formazione e nella sua attività politica?

Influì enormemente. Era stato in Germania, da giovane; la prima moglie era tedesca; aveva vissuto in Francia e in Argentina; parlava perfettamente molte lingue. Questo suo cosmopolitismo ha inciso molto sulla sua azione politica. Innanzitutto, era atlantista ed europeista: a suo giudizio, il problema italiano doveva essere risolto inserendolo all’interno di un contesto internazionale più vasto. Il suo progetto per l’Italia non era italo-centrico, ma prevedeva che l’Italia fosse profondamente inserita all’interno delle strutture occidentali ed europee. Il suo liberalismo è pensato su scala globale, anche perché Malagodi – per due volte: dal 1958 al 1966 e dal 1982 al 1989 – è stato presidente dell’Internazionale liberale, e da questo osservatorio vedeva tutto il panorama dello sviluppo del liberalismo occidentale.

Tornando alla sua parabola politica, uno dei primi eventi con i quali si trovò a confrontarsi è l’uscita del gruppo del “Mondo”, che diede vita al Partito Radicale. Come maturò quella rottura?

Sono sempre stato convinto che ci fosse un elemento di pregiudizio da parte della sinistra liberale nei confronti di Malagodi. Prima che lui arrivasse alla segreteria, il Pli era un partito quasi amatoriale, debolmente organizzato e disciplinato. Invece Malagodi, che era uomo di grande ordine mentale, cerca di dargli un orientamento molto più coerente e compatto. Va aggiunto che diventa segretario in un asse con l’Assolombarda: e qui c’è tutto il tema del rapporto con i ceti produttivi, ma anche dei finanziamenti da parte degli industriali. La somma delle due cose – i rapporti con gli ambienti imprenditoriali da una parte e il tentativo di disciplinare il partito dall’altra – rappresenta per la sinistra liberale una forma di occupazione indebita del partito, che a loro giudizio viene messo al servizio degli interessi imprenditoriali.

Malagodi fece tutto il possibile per evitare la scissione?

La mia impressione è che la sinistra liberale, a un dato punto, cercasse il pretesto per andarsene e che fosse anche ingiusta nei confronti di Malagodi. Detto questo, non mi pare che Malagodi abbia fatto tutto quello che poteva per tenerli a bordo. Certo, gli attacchi del “Mondo” erano molto duri: era anche difficile tenere a bordo persone ti accusavano di aver affittato il partito all’Assolombarda.

Quali erano le convinzioni di Malagodi in campo economico? Lo possiamo definire un “liberista”, con tutta l’approssimazione che può contenere questa etichetta?

Sì, ma solo se consideriamo l’approssimazione dell’etichetta, appunto. Sicuramente crede fermamente nel libero mercato come luogo nel quale si producono lo sviluppo e il progresso. E certamente vede l’intervento pubblico in modo negativo, come una cosa che bisogna cercare di evitare. Però, alla fine, è un pragmatico. Se l’intervento pubblico è necessario, lo si può accettare. Lo stesso dicasi delle spese sociali: non è contro l’intervento sociale, è contro l’idea che la politica prenda sempre più il controllo della vita economica. La sua idea di stato è quella di uno stato che corregge gli effetti negativi del mercato ma cercando di interferire il meno possibile con la proprietà privata.

L’opposizione al centrosinistra garantì al Partito liberale il suo risultato migliore in epoca repubblicana, alle elezioni del 1963, ma lo costrinse a inaugurare una lunga stagione di opposizione, se si esclude la breve e non del tutto brillante parentesi del governo Andreotti-Malagodi. Quale giudizio si può dare di quella scelta?

La battaglia di Malagodi contro il centrosinistra è una sconfitta politica: questo è indiscutibile. Però Malagodi aveva capito i difetti di quella formula. Colpisce leggere, alla fine degli anni ’60, Ugo La Malfa – che era stato uno dei principali sostenitori dell’apertura a sinistra – dire del centrosinistra le cose che Malagodi diceva all’inizio del decennio. Quindi, Malagodi aveva ragione da vendere. Vi vedeva l’asse tra due partiti antirisorgimentali – Dc e Psi – e quindi una rottura rispetto alla tradizione liberale, e anche rispetto al contesto internazionale liberale, che Malagodi riteneva fondamentale per accompagnare l’Italia sulla via della modernità.

La lunga permanenza all’opposizione fu una scelta deliberata di Malagodi oppure il frutto di un suo errore di valutazione? In altre parole, immaginava che la Dc sarebbe presto tornata sui propri passi?

Oggettivamente, la posizione che sceglie da un punto di vista politico è una posizione perdente, anche sul piano tattico, perché lo lega alla Dc, che lui stesso sapeva bene essere un partito che tendeva verso sinistra. Certamente, può darsi che lui abbia accelerato certi processi, in particolare aprendo nel 1960 la crisi del governo Segni. Dopo, c’è un evento imponderabile costituito dal governo Tambroni e dai fatti di Genova. Senza quello, chi lo sa come sarebbe andata a finire.

Qual era la sua idea di modernizzazione del paese, in quel periodo caratterizzato dalla crescita dovuta al boom, certamente impetuosa ma anche piena di contraddizioni e squilibri?

Correggere gli effetti negativi della modernizzazione, ma salvaguardandone in via prioritaria il “motore” imprenditoriale. Il contrario, insomma, della nazionalizzazione dell’energia elettrica, che a suo avviso avrebbe subordinato l’economia a priorità definite dalla politica. All’epoca si dichiarava favorevole agli interventi di natura sociale, ma del tutto avverso allo stato imprenditore.

Come si poneva di fronte alle esigenze di allargamento della base di consenso del sistema, a cui poi si rispose con la cooptazione del Psi nel governo?

Possiamo spiegare così la sua posizione: se il paese continua a modernizzarsi, la base si allarga “naturalmente”. La gente che esce da una condizione di povertà sarà propensa ad accettare il nostro sistema, che ha permesso tutto questo. La convinzione che sorreggeva il ragionamento – molto liberale – era che il progresso sociale ed economico finisse per diventare anche un elemento di mutazione politica. Il problema è che questo processo ci mette più tempo di quanto pronosticato da Malagodi: si pensi a tutti i discorsi sulla terza Italia, sul terziario avanzato, che poi verranno fatti da Craxi. Ma è un fenomeno che esploderà negli anni ’80, non negli anni ’60, come pensava Malagodi.

È questo il motivo per il quale la posizione liberale non riuscì a consolidarsi e venne già ridimensionata alle elezioni del 1968?

Anche. Il centrosinistra ha certamente avviato quel processo di allontanamento della politica interna italiana dai vincoli internazionali, il cui prezzo stiamo pagando ancora oggi, e quindi la profezia di lungo periodo Malagodi l’ha azzeccata; però Malagodi era molto più catastrofista e pensava che le cose sarebbero andate male molto prima. In realtà, nell’immediato, il quadro regge: tutto sommato, il centrosinistra non è quella catastrofe che si immaginava; il paese continua comunque a crescere. E poi negli anni sessanta c’è la contestazione, per cui l’opinione pubblica esce “a sinistra” dal miracolo economico, in un certo senso. Quindi, alla fine, la catastrofe non è avvenuta; il sistema tutto sommato regge; distribuisce dividendi, di natura prevalentemente clientelare, comprandosi il consenso; e un partito di opposizione di opinione come il Pli si trova in grande difficoltà.

Malagodi fu mai attratto dal miraggio della “grande destra”, con il coinvolgimento almeno dei monarchici, che fino agli anni ’60 potevano contare su una certa forza elettorale o rimase sempre ancorato all’idea centrista dell’alleanza con gli altri partiti laici e con la Dc?

Malagodi prediligeva di gran lunga la formula centrista. Riteneva che fosse la formula che più si confaceva all’ancoraggio occidentale dell’Italia. Dopodiché, ai monarchici avrebbe aperto, sicuramente. Non avrebbe mai aperto al Movimento sociale. In questo senso, era contrario alla “grande destra”, se per “grande destra” intendiamo quella che andava fino ai missini. E questo perché credeva che il Msi fosse portatore delle stesse istanze illiberali delle quali era portatore il Psi, anche se ovviamente con segno ideologico diverso; pertanto, non l’avrebbe mai voluto a bordo per nessuna ragione.

Si fecero dei passi concreti per realizzare l’apertura ai monarchici?

Sì, nel 1954 prima, fra i governi Pella e Scelba, e poi nel 1959, dopo il fallimento del governo Fanfani, quando Malagodi punta ad un tripartito Pli, Dc e monarchici. Poi, quando fa cadere il secondo governo Segni, all’inizio del 1960, prova a forzare la Dc per farla andare verso un governo di centrodestra organico con i monarchici. I monarchici li avrebbe sicuramente recuperati, anche perché personalmente sentiva una forte lealtà nei confronti della dinastia.

Quali furono i suoi rapporti con le segreterie successive, in particolare con la segreteria Zanone?

È lui a fare l’operazione di transizione verso Zanone. È un’operazione complessa, lungamente negoziata nei dettagli, che si basa sull’idea che Zanone diventi segretario generale, Bignardi presidente e lui stesso presidente d’onore. Ad un certo punto, capisce che la sua stagione è passata e quindi promuove questa evoluzione che poi Zanone consoliderà, prendendo interamente il controllo del partito.

Come giudicò lo stabile ritorno del Pli al governo, nel quadro dell’alleanza di pentapartito, dopo il 1980? E come valutava l’evoluzione in chiave autonomista e riformista del Psi?

Sostanzialmente, il giudizio sul Psi di Craxi è positivo. Malagodi non è antisocialista per principio. È occidentalista e atlantista, quindi è contro i socialisti perché i socialisti sono alleati con i comunisti nel sindacato e nelle amministrazioni locali, e perché mantengono una posizione ambigua in politica estera. Quando il Psi di Craxi diventa un partito non più marxista e del tutto reintegrato nell’occidente, Malagodi – anche se magari in disaccordo sulle singole decisioni politiche – lo considera come un interlocutore con il quale si può pienamente dialogare. “È dal 1904 che li sto aspettando”, disse.

Di Malagodi si ricorda, tra le altre cose, la critica al regionalismo, soprattutto per il modo in cui stava andando configurandosi. Possiamo approfondire questa sua presa di posizione?

Questa era una classica posizione dei liberali, dentro la quale ci sono a mio avviso varie cose. La prima è un legame, anche spirituale, con l’idea dello stato risorgimentale: i liberali sono quelli che hanno fatto l’unità d’Italia, e l’impianto risorgimentale – con tutti i suoi limiti – aveva funzionato, per cui bisognava avere grande cautela prima di metterlo in discussione. Secondo elemento: la gestione della spesa pubblica, e quindi il timore della moltiplicazione dei centri di spesa e delle occasione di corruzione, di clientelismo, di debito pubblico. E poi c’è una considerazione di natura schiettamente politica, che nasceva dalla consapevolezza del fatto che il blocco delle regioni dell’Italia centrosettentrionale (Umbria, Toscana, Emilia-Romagna, Marche) sarebbe stato un blocco rosso, cioè amministrato dal Pci.

Aveva anticipato problemi che poi sarebbero emersi in seguito…

Oggi la questione del Pci è stata superata, ma le altre due questioni no. Il regionalismo ha sfasciato lo stato risorgimentale senza fornire una vera alternativa efficiente. Quanto al problema della disciplina fiscale delle regioni, è ancora completamente aperto. Malagodi – e con lui anche altri liberali – lo aveva visto molto chiaramente.

Qual è l’eredità politica di Malagodi? Che lezione possiamo trarre dallo studio della sua figura?

Le lezioni possono essere tante, anche se il nostro mondo è profondamente diverso da quello di Malagodi. Aspetti importanti mi pare siano il rapporto fra competenze e politica, ma anche un certo spirito patriottico, un po’ di amore per l’Italia. Malagodi era un esponente di altissima qualità della classe politica, ed era un patriota convinto che per il suo bene l’Italia dovesse integrarsi in profondità nell’occidente. Non mi pare poco.

Saro Freni, 11 maggio 2021