Hume e Smith, due giganti

Hume e Smith, due giganti

Illuminarono l’umanità e spiegarono l’agire economico: i due filosofi scozzesi raccontati da Gianfranco Morra.

Tutta la modernità occidentale ha i suoi antenati nei pensatori dell’illuminismo, la nuova filosofia della classe borghese che abbandona i voli spirituali del platonismo (riscoperti dal rinascimento) e si distacca dal condizionamento religioso del pensiero della filosofia scolastica. Filosofi mondani, radicati nell’attivismo del produrre e volti a creare un sistema teoretico, staccato dal «magico potere della consuetudine», per proporre un progetto aperto al dominio dell’uomo sul mondo.

I due più significativi filosofi del Settecento furono inglesi, anzi scozzesi: David Hume (1711-1776) e Adam Smith (1723-1790). Ad essi ha dedicato un libro competente e vivace un professore della Tufts University del Massachussets, studioso del pensiero liberale e illuminista, Dennis C. Rasmussen, appena tradotto in italiano: David Hume e Adam Smith: storia di una amicizia (Einaudi, pp. 324, euro 30). Gli interessi di entrambi non sono andati più alla metafisica e alla teologia, ma al mondo umano e sociale, per definire una morale laica e mondana fondata sull’utile individuale e sociale. Come aveva proposto Alexander Pope: «Lo studio più adeguato all’umanità è l’uomo» (the proper study of mankind is man»).

David Hume

David Hume era nato a Edimburgo (anche Smith in Scozia, a Kirkcaldy). Il primo tentò di aver una cattedra in università, ma la chiesa scozzese non glielo consentì. Egli aveva abbandonato del tutto la religione nel 1776, per dedicarsi allo studio della natura umana, l’unica scienza sicura nel suo duplice aspetto della morale (Trattato della natura umana, 1740) e della conoscenza (Ricerche sull’intelletto umano, 1748). La morale non deriva dalla ragione, ma dal sentimento. E la conoscenza si fonda totalmente sull’esperienza (solo dopo interviene una ragione incerta e problematica). Tutto ciò che va oltre è pura chiacchiera: «Se vedi un volume, chiediti se si occupa di numeri e di quantità, oppure se il suo oggetto è la natura umana. Se non è così, puoi gettarlo nel fuoco, tanto non serve a niente».

Uomo scettico e privo di certezze indiscutibili, Hume cercò di aiutare Jean-Jacques Rousseau, ospitandolo in Scozia. Questo incontro di due geni della filosofia moderna fu un disastro. La pacatezza e lo scetticismo humiani non sopportarono l’intransigenza, il fanatismo e la mania di persecuzione del francese e ben presto lo rispedì in Francia. Tra Hume e Smith c’era una pacata amicizia. E la cosa stupisce, visto che i loro caratteri erano così diversi: Hume gentile e beffardo, Smith uomo di mondo e attento a non farsi dei nemici. Essi tuttavia si frequentarono per 25 anni e si scrissero 56 lettere. La loro relazione, pur nelle divergenze reciproche, fu rispettosa e autentica: ciascuno considerava le idee dell’altro, anche quando non coincidevano con le proprie, di alto grado e valore.

Adam Smith

Quella cattedra, che a Hume era stata negata, Smith la ebbe nell’università di Glasgow. I loro rapporti furono sempre delicati e amichevoli, anche quando, e le occasioni non furono poche, i due avevano idee diverse sugli stessi problemi. Smith pubblicò due opere che costituiscono un lascito per tutta la modernità. Economista e programmatore, Smith definì i criteri de La ricerca sulla natura e sulle cause della ricchezza delle nazioni (1776). Ma anche lui si occupò della morale (Teoria dei sentimenti morali, 1759), quasi a mostrare che fra gli uomini ci sono tendenze di egoismo, tuttavia essi hanno un sentimento connaturato di agire non solo per l’utilità singola, ma anche per l’interesse comune.

Smith enunciò un concetto molto acuto e fertile. L’origine della morale non va cercata né nell’utilità, né nel calcolo, meno ancora nella ragione o nella religione: «La ragione è la schiava delle passioni, il suo compito è solo quello di servirle e assecondarle». La morale deriva da un atteggiamento innato in ogni uomo ch’egli chiama simpatia: una disinteressata partecipazione che induce l’uomo a sentire insieme (greco: sun-pathein) con gli altri uomini. La simpatia è un senso morale, un sentimento disinteressato di partecipazione.

Ma gli uomini non sono egoisti e interessati? Smith vuole mostrare che gli interessi di ciascuno, e soprattutto di quelli che lavorano e producono per aumentare la ricchezza, non sono in contrasto con la simpatia da cui (non certo dalla ragione) nasce la morale. L’egoismo è un interesse individuale, che però, per un disegno misterioso della provvidenza, si trasforma in un benessere sociale. La simpatia è come una sorta di «mano invisibile» (invisible Hand) che traduce l’interesse egoistico in una utilità sociale. Col suo concetto di Sympatie Smith ha introdotto nell’illuminismo un concetto destinato ad avere grande successo. Sul finire del Settecento la simpatia troverà il suo cantore nell’Inno alla Gioia del grande poeta Federico Schiller, che la considera come ciò che unifica gli uomini e li rende fratelli: «Tutto ciò che abita il grande Empireo / renda omaggio alla simpatia! Essa ci conduce alle stelle / dove troneggia l’Ignoto». Toccherà a Ludwig van Beethoven di sacralizzare questi versi nel sublime finale della Nona Sinfonia e trasmetterli come inno a tutta l’Europa unita.

Gianfranco Morra, Italia Oggi 22 luglio 2020