Dopo la pandemia, si scelga la libertà

Dopo la pandemia, si scelga la libertà

Quando finirà l’emergenza, bisognerà lasciare più spazio al mercato e ai privati. E invece maggioranza e opposizione sembrano preferire lo statalismo. L’opinione di Alberto Mingardi.

In tutto il mondo, il Covid-19 ha prodotto più «pubblico» e meno «privato». Da anni diciamo che le ideologie sono finite. Forse però non è un caso che la sinistra al governo abbia considerato la pandemia come un’occasione da non sprecare. Per quei partiti la politica resta lo strumento privilegiato per «perfezionare» le società, ha una funzione ortopedica. L’accentramento di poteri determinato dallo stato d’emergenza è un’opportunità. Persino le restrizioni alla libertà di movimento sono una prova generale per fare sul serio nella riduzione delle emissioni di CO2, ad esempio limitando drasticamente i voli internazionali, raddrizzando così a colpi di norme il rapporto fra uomo e ambiente. Piaccia o meno, è un’idea di governo chiara. Questo è vero anche in Italia e, nelle sue mosse di queste settimane, Matteo Renzi forse ha sottovalutato proprio questo aspetto: come esista una sensibilità ideologica comune, nei suoi ex compagni di strada.

Dopo il Covid che idea per il centrodestra?

Ma in ogni crisi politica che si rispetti il gioco si allarga all’opposizione che ha il ruolo di prefigurare altre soluzioni. Che cosa vuole fare il centro-destra? L’incertezza di questi giorni, la possibilità, per quanto remota, di un ritorno alle urne lo obbligano a mettere a punto un’alternativa. Può amministrare con persone diverse lo Stato «più grande» che i suoi avversari stanno costruendo, contando sull’esperienza nei governi locali. Può giocare ancora la carta della politica dell’identità, come hanno fatto Salvini e Meloni con grande successo.

Non da oggi, il centro-destra in Italia è più statalista dei suoi corrispettivi di altri Paesi e più refrattario a dotarsi di un armamentario di idee e proposte che inevitabilmente circoscriverebbe la creatività dei suoi leader. Forse però «questa volta è diverso». È diverso il contesto in cui si terranno le prossime elezioni, è diverso il Paese che chi le vincerà dovrà governare. I dieci punti di Pil che abbiamo perso nel 2020, il fatto che a pagarne lo scotto sia stata la componente privata e non garantita del Paese, rappresentano una ferita profonda. Più profonda in Italia che altrove, dal momento che nel 2019 non eravamo ancora ritornati ai livelli di reddito precedenti la crisi finanziaria.

Più pubblico, meno privato

L’allargarsi del «pubblico» a spese del «privato» è avvenuto, in questi mesi, su tre dimensioni diverse.

1. Le libertà personali si sono ridotte. Se il diritto serve per proteggere i cittadini dall’onnipotenza dello Stato, quella protezione è oggi assai meno solida che in passato. Abbiamo capito che non possiamo dare per scontate cose apparentemente banali come la libertà di andare a fare shopping.

2. Spesa e debito hanno sperimentato un aumento senza precedenti. Quei quattrini in parte hanno tamponato la riduzione delle entrate fiscali, inevitabile conseguenza del rallentamento dell’attività economica, in parte hanno cercato di ridurre il disagio sociale.

3. I «ristori» sono stati una strategia obbligata, e lo sarebbero stati chiunque fosse al governo.

Ma è difficile pensare che i ristori da una parte, il rischio di non poter svolgere la propria attività a causa dall’emergenza dall’altra, non influenzino il sistema di incentivi con cui le persone debbono confrontarsi. Come la disponibilità del reddito di cittadinanza avrà un qualche effetto sull’offerta di lavoro, così i ristori smorzeranno la propensione ad intraprendere. Per chi governa, può essere persino, cinicamente, una grande operazione: gli aiuti di oggi possono diventare voti domani. Per chi crede che le decisioni dei singoli siano miopi, e quelle dello Stato lungimiranti, stiamo facendo passi avanti in una direzione auspicabile.

Restituire campo al privato

L’opposizione ha giocato fin qui sullo stesso terreno. Nella legge di Bilancio è stato recepito l’emendamento della Lega che esenta le partite Iva dal versare i contributi previdenziali per il 2021. A ogni nuova chiusura, i partiti di centro-destra hanno richiamato il governo sulla necessità di risarcimenti congrui alle attività interdette. È un’idea di governo alternativa a quella della sinistra?

C’è chi sostiene che le innovazioni dell’ultimo anno dovrebbero essere permanenti. L’opposizione dovrebbe, quasi per definizione, sostenere che così non deve essere. Che per quanto possa essere faticoso e difficile, dovremo provare a invertire la tendenza: a restituire campo al privato, a restaurare spazi di libertà, a evitare insomma che tutto ciò che è «emergenziale» diventi «regolare». Partiti e programmi sono in una certa misura l’esito delle circostanze, non solo di precise inclinazioni ideologiche.

Pensando al futuro, il centro-destra non può eludere una questione «esistenziale». C’è un blocco sociale, tradizionalmente allineato con esso, che le politiche di contrasto al Covid hanno costretto a chiedere aiuto ma che non ha l’assistenzialismo come sua massima aspirazione. Desidera anzi tornare a lavorare e rischiare, perché è nel lavoro e nel rischio che trova la sua identità. Aiutarlo a riconquistare i suoi spazi sarebbe già un programma politico.

Alberto Mingardi, 18 gennaio 2021