Einaudi e Croce i due volti del liberalismo

Einaudi e Croce i due volti del liberalismo

Un rapporto umano e intellettuale cruciale per capire il nostro dopoguerra, raccontato da Alberto Mingardi attraverso il nuovo libro di Giancristiano Desiderio.

Prima di prestare giuramento al fascismo, Luigi Einaudi andò a Napoli a trovare Benedetto Croce. Non sappiamo come si presentò all’amico né che gli disse quest’ultimo ma “possiamo immaginare che gli dovette suggerire di restare al suo posto e pensare che l’università italiana aveva proprio in quell’ora drammatica bisogno di uomini capaci di discernere tra cieca obbedienza e una prudente dissimulazione onesta”.

Fin qui, Giancristiano Desiderio, nel suo Croce ed Einaudi. Teoria e pratica del liberalismo (Rubbettino, pp. 100, €10), gioca con l’immaginazione. Sono però i fatti a suggerirgli la tesi del libro: quella di una intensissima sintonia tra i due. La figlia di Croce si accorge infatti che l’amico del padre, bibliomane, prende le misure a un trattato di Antonio Serra, economista napoletano del sedicesimo secolo. La conversazione dev’essere intensa e il filosofo non se ne accorge. Ma, rimproverato dalla figlia, in pochi giorni Croce si mette sulle tracce di un’altra copia del trattato e la fa spedire in Piemonte. In un momento drammatico come quello, è più di un gesto d’attenzione).

Liberalismo o liberismo?

Il nome di Croce e quello di Einaudi sono legati per una vicenda da tempo sbiadita, e per un’altra che sembra ancora attuale. La vicenda sbiadita è quella del Partito liberale italiano di cui furono i mostri sacri. Quella che ancora sembra attuale è la disputa su liberalismo e liberismo. Croce riteneva che il primato andasse riconosciuto “non all’economico liberismo ma all’etico liberalismo”, ragion per cui anche “i problemi economici della vita sociale” sempre sarebbero “da trattare in rapporto a quest’ultimo. Col che Croce lasciava intendere che tutto sommato potessero essere “liberali” sistemi pure avversi al libero mercato, e invece basata su una qualche programmazione della vita economica. Einaudi si chiedeva se “un liberalismo il quale accettasse l’abolizione della proprietà privata e l’instaurazione del comunismo in ragione di una sua ipotetica maggiore produttività di beni materiali, sarebbe ancora liberalismo?”.

Nel dibattito pubblico, continua a pesare il disaccoppiamento della libertà economica dalla Libertà con la elle maiuscola. Desiderio difende Croce dal sospetto che ne sia il responsabile, inquadra la polemica in un rovesciamento della prospettiva materialistica (evitare di far dipendere la vita spirituale dall’economia) e ci suggerisce che Einaudi e Croce fossero in fin dei conti d’accordo, “la libertà (anche la libertà di pensiero) vive per forza di cose quando c’è una certa dose di liberismo”.

Einaudi riconosceva un valore pratico a un liberismo dogmatico: “Giova moltissimo che, di fronte all’andazzo di tutto chiedere allo Stato, di tutto sperare dalla azione collettiva, si erga fieramente il liberista ad accusare di avidità il protezionista”. Il futuro Presidente della Repubblica intendeva bene che la politica è fatta di percezioni e di parole, e proprio perché tutti chiedono di più allo Stato, ben venga chi ne chieda, sia pure per partito preso, di meno.

Ma Einaudi nel contempo difendeva gli economisti, a partire da Adam Smith, dall’accusa di aver elevato il laissez-faire a regola generale, prescindendo dall’esperienza. Croce, a sua volta, riteneva ammissibile in linea di principio l’idea di un “socialismo liberale”. Quante cose sono immaginabili ma rarissime. Infatti era pure convinto che “una seria opposizione di principio al socialismo è soltanto quella che si oppone all’etica e politica autoritaria». Come dire che il socialismo liberale apparteneva al mondo delle creature mitologiche.

Il ruolo del ceto medio

Nel 1949 Einaudi prova a convincere l’amico ad accettare la nomina a senatore a vita, ricevendo in risposta un garbato rifiuto. Nel dopoguerra, la convergenza dei due si misura sul tentativo di ricostruire il Partito liberale “come partito del ceto medio e della borghesia”. Per Croce, la borghesia è il ceto “mediatore”: è una “classe non classe”, perché definita dall’alveo dei propri interessi, che coincidono col bisogno di preservare l’essenza della modernità: “La filosofia moderna, che aveva disfatto la teologia; l’ordinamento liberale, che si fermava contro l’ordinamento autoritario; la mobilità delle ricchezze contro l’immobilità delle primogenitura; la tecnica, che sconvolgeva le vecchie abitudini”.

Einaudi è il cantore dell’imprenditoria, e dell’imprenditoria che nasce dal poco o dal nulla, contro il “colossale”. Caduto il fascismo, spiega Desiderio, Croce medita a lungo sul tema, sulla natura del “ceto medio”. Lo richiede il momento. Se il ceto medio era stato il ventre molle dell’Italia liberale, da cui si era diffusa l’infezione fascista, era possibile che mutasse in una sorta di presidio della libertà individuale? Generosa l’immaginazione del filosofo, generosa la speranza dell’economista, sfortunate entrambe.

Alberto Mingardi, 2 aprile 2020