I liberali e la Fase 2

I liberali e la Fase 2

Liberali: un metodo, tante opinioni. C’è chi teme il neostatalismo e chi la restaurazione. Due punti di vista divergenti sul ritorno dello stato dopo l’emergenza.

Covid: il metodo liberale (Raffaello Morelli)

Nel pezzo “Spade incrociate”, Enrico Morbelli, in base al suo assunto “metti due liberali e fai tre partiti”, richiama il duello Mario Lupo e Beppe Facchetti, i quali in due articoli (sul Sole24ore e su Linkiesta) espongono posizioni diametralmente opposte circa l’ipotesi rilancio post virus. Siccome è almeno un trentennio che dico ad Enrico di non condividere il suo assunto – che sarebbe vero solo se il liberalismo non avesse un metodo unitario, come invece ha – cerco di inquadrare in sintesi i due articoli, perché invitato a farlo.

Affermo che dire “la pandemia rende indispensabile l’intervento dello Stato” (Lupo) rientra in pieno nel liberalismo politico, mentre dire “il grande mantello del neo statalismo montante tornerà a coprire tutte le sofferenze d’Italia…. il sogno punitivo di Toninelli sta diventando subdola realtà…. preparando la strada ai poteri speciali” (Facchetti) esprime le preoccupazioni dei restauratori che, allontanati dal potere il 4 marzo 2018, sono incapaci di rinnovarsi. Ambedue le tesi sono di per sé legittime, ma solo la prima applica il metodo politico liberale.

La frase di Lupo può turbare solo chi è drogato dal liberalismo contro lo Stato. È vero il contrario. Lo Stato moderno è nato con la scoperta della piena sovranità del cittadino individuo secondo le regole. Senza le regole tramite lo Stato non è possibile la diffusa libertà individuale. Il cittadino confligge secondo le regole per compiere le scelte del convivere e per valutarle in base ai risultati. Così si vive meglio e più in pace, mentre agire in nome dell’unità e della pace è la strada per impedirlo. Ancor più con il Covid19, quando la scienza ha soffocato il contagio con il distanziamento individuale ma ora la conseguente riduzione dei consumi, rende necessario che lo Stato dei cittadini aiuti ciascuno a fronteggiare la crisi economica e lo spettro della povertà.

Non per caso Lupo batte sul rilancio degli investimenti in tutti i settori e sul ruolo dello Stato imprenditore, sostenendo che serve una nuova IRI, l’istituto pubblico eliminato negli anni novanta che per decenni era stato uno strumento di rilievo nello sviluppo quale supporto al privato (talvolta supplente). Fin dall’epoca, i liberali a parole vedono un freno in una simile idea. Ma i fatti sperimentali dicono che l’alternativa usata – o privatizzazioni senza fiato imprenditoriale pervase dalla voglia speculativa oppure ritorno diretto delle imprese in mano pubblica, cioè strutture ministeriali – ha fatto solo danni. Non vi sono più italiani in settori chiave come telecomunicazioni o rami della siderurgia, ed è calato il peso competitivo nel mondo; intanto l’economia è restata mista per la perdurante presenza di grosse aziende pubbliche. Dunque, oltre il danno, la beffa.

Anche Facchetti definisce un disastro l’aver fatto le privatizzazioni all’amatriciana e annota che non iniziò mai la vita di un capitalismo liberale davvero coraggioso. Ma pare considerarli un peccatuccio dei governi di allora. Da buon restauratore, non si pone neppure la domanda se il cancro civile non stia appunto nella pretesa di larga parte degli ambienti sedicenti liberali del cullarsi nell’ebrezza di poter far da soli, senza bisogno della decisione pubblica (eccetto i suoi fondi). Eppure la domanda è essenziale. Il liberalismo coerente ha piena consapevolezza del fatto che, senza un decisore pubblico (l’anima della discussione politica), la libertà individuale è preda di qualche predatore robusto. Svuotata di tale consapevolezza, la società civile non dispone della cultura liberale e di conseguenza inclina ad affidarsi al padrino politico più amico.

Non ponendosi tale domanda, Facchetti cade nelle sabbie mobili dal punto di vista liberale. Confonde l’uno vale uno (che è un principio liberale limitato all’ambito dei diritti legali e di voto) con il rifiuto della competenza (che i liberali apprezzano solo quando rifiuta il disprezzare le scelte dei cittadini). Ed attribuisce la nuova dipendenza dal pubblico non al vuoto di liberalismo nella società civile, ma al M5S che vuol spazzar via il dinamismo pluralistico della società libera (cita anche, colto da amnesia, la debolezza culturale PD).

Pure nel post Covid19, la minaccia non è il neostatalismo, è il buco di liberalismo. Avviando il colmare il buco, anche lo Stato – oggi indispensabile – è uno strumento utile (purché sciolto dai lacci burocratici) per curare i difetti di una borghesia che non è più quella esaltata da Einaudi, che lavorava, rischiava e produceva. Al giorno d’oggi, diversità e professionalità individuali non sono più pregi. L’importante è avere molti amici sui mezzi social, disporre della pappa scodellata e comportarsi da sepolcri imbiancati rifuggendo come la peste il rischiare con le proprie iniziative. Ecco perché servono i liberali coerenti che suonino la sveglia. Certo non per restaurare.

 

Il metodo liberale (Beppe Facchetti)

Raffaello Morelli sbaglia già nell’incipit della sua dura reprimenda contro il sottoscritto, definito dolorosamente “restauratore” (di cosa, poi non si capirà). Se la prende infatti con una innocente battuta del sempre spiritoso Enrico Morbelli sui “due liberali, tre partiti”, che è una vecchia provocazione con un fondo di verità di cui non vergognarsi, perché non possiamo non dirci relativisti. Tant’è che al termine della lettura del suo scritto, Morelli sembra promuoverne un aggiornamento: tre liberali (Lupo, Facchetti, Morelli), quattro partiti. Il quarto è il suo.

Del resto, aveva sbagliato anche Morbelli, definendo “diametralmente opposte”, le tesi sostenuto da Lupo e da me. Non lo erano. Forse perché ci eravamo sentiti prima di scrivere, convenivamo sulla maggior parte delle questioni. Lupo teneva molto a valorizzare la qualità di una classe dirigente eccellente, quella delle partecipazioni statali, da Beneduce in poi, fino a Romiti, Necci, Lupo stesso e altri manager di primordine passati sia attraverso il pubblico che il privato. Opinione che ho sostenuto anch’io nel mio scritto su Linkiesta.

Io partivo invece da una grande preoccupazione, e cioè le conseguenze rischiose di una pioggia di miliardi senza limiti oggi messi a disposizione della mano pubblica, dopo gli anni grami dei vincoli europei e dell’austerità. Un’abbondanza inebriante, senza neppur negoziare con Bruxelles, senza vincoli persino sul capitolo degli aiuti di stato, che di tutte le nuove libertà è la più pericolosa per l’Italia, vaso di coccio tra stati forti, ai quali non parrà vero di usare risorse illimitate per far saltare la concorrenza europea, il valore più importante delle istituzioni comunitarie.

Una preoccupazione che sfido chiunque a sottovalutare, perché i miliardi a gogò, “manovre mai viste” dice Gigino, fanno perdere il senso della realtà e delle proporzioni, soprattutto se messi in mano ad una politica improvvisata e pasticciona, che nei suoi leader principali non ha sperimentato neppure l’amministrazione di un condominio (che è tra le arti più difficili della società civile).

Il problema del MES non è se accettare o no 36 miliardi quasi allo zero per cento, in nome dei complotti e delle future restrizioni, che sarebbero peraltro sacrosante se non restituissimo il capitale. Il problema vero del MES è che non esiste uno straccio di progetto per come spendere quei soldi, nonostante la sanità sia diventata la grande narrazione collettiva di un Paese di virologi ed epidemiologi di massa. Capaci che li investono in una fabbrica di tamponi dimenticandosi di fabbricare i reagenti.

E qui parla il liberale in nome di quel “metodo unitario” che come giustamente dice Morelli porta poi i tre o quattro partiti liberali di cui sopra a trovare una convergenza. La distinzione tra stato e società, tra regole e gestione l’abbiamo imparata alle elementari. Ma un conto, come dice Lupo, è uno stato che può e sa fare l’imprenditore, se – e sottolinea se – si dota di “adeguati presidi manageriali”. Un conto diverso è nominare alla gestione degli aeroporti quello che faceva incendiare i bus a Roma. Fiamme nei cieli, all’orizzonte.

Un conto è lo Stato imprenditore tra imprenditori, e un conto lo Stato padrone, costruito sulle macerie di un Paese messo in ginocchio dalla pandemia, in cui i Patuanelli e gli Orlando sognano di impadronirsi delle piccole imprese che non restituiranno i fondi ricevuti, con un po’ di compagni di scuola infilati nei cda statalizzati. E obbligati a realizzare obiettivi non pubblici ma semplicemente elettorali. Addio all’economia mista apprezzata da Lupo. Quella che la pur non straordinaria storia industriale del Paese ci ha consegnato: poche grandi imprese in cui è presente lo Stato, un tessuto prezioso di medie imprese vocate all’export e al made in Italy, e una rete di piccole imprese che tengono in piedi un capitalismo diffuso.

Insomma, questo ulteriore dibattito mi rende ancor più guardingo sui pericoli del neostatalismo italiano. Le buone intenzioni di Morelli come potrebbero essere interpretate da un Di Battista, se non come mano libera ad impadronirsi del bottino pubblico? Aggiungo, e non certo uscendo da amnesia, che anche il PD, finchè è alleato con gente come Crimi e crede che Conte sia un “progressista”, è troppo fragile ideologicamente per reggere alla tentazione di tornare ad antichi amori statalisti.

Luca Ricolfi, che aveva pubblicato tre mesi fa un bel saggio sulla “Società signorile di massa”, ora parla di “Società parassita di massa”. “I nuovi parassiti – scrive – non vivranno in una condizione signorile, ma in una condizione di dipendenza dalla mano pubblica, con un tenore di vita modesto, e un’attitudine a pretendere tutto dalla mano pubblica, con conseguente dilatazione della “mente servile”, per riprendere l’efficace definizione di Kenneth Minogue”.

Una prospettiva terrificante, perché allora non si tratta più di scegliere buoni manager per le partecipazioni statali, ma di contrastare l’addormentarsi della società civile nella benevolente anestesia dei miliardi di provvidenze e fondi perduti. Miliardi che finiranno presto, e il risveglio sarà tra le braccia di un “grande fratello”, magari con Rocco Casalino, che se ne intende, al comando.

A Morelli piace lo Stato padrone o lo lascia credere? Sarebbe lui il restauratore, allora. Ha letto troppi libri della Mazzucato e può candidarsi a diventare membro di una delle task force di Conte, ma non è giusto che dia lezioni severe alla “gran parte degli ambienti sedicenti liberali del cullarsi nell’ebrezza di poter far da soli”.

Forse non era stata colta l’ironia dolente, ma questa critica l’aveva già fatta io, proprio segnalando che un ceto molto ampio ad un certo punto aveva ritenuto di poter far da solo, senza e anzi contro la politica. Percepita come inutile, perché luogo in cui appunto si dettano regole generali fastidiose. Ed è vero, come dice Raffaello, che senza un decisore pubblico “la libertà individuale è preda di qualche predatore robusto” ma qui si rischia che il decisore pubblico sia lui il predatore robusto.

E allora di cosa discutiamo? Spero non di una nuova pedagogia da imporre con tono saccente ad una borghesia che ha lasciato un buco dentro il liberalismo. Quei buchi li lasciamo intatti e anzi ne facciamo irreparabilmente altri, se non denunciamo i pericoli che, momento per momento, sono più evidenti.

Sbagliare la gerarchia delle priorità porta a guai nuovi. Altro che restaurazioni inesistenti.