I numeri che smascherano il mantra della disuguaglianza crescente

I numeri che smascherano il mantra della disuguaglianza crescente

“I poveri sono sempre più poveri e i ricchi sempre più ricchi”. Sono anni che sentiamo ripetere queste parole. Peccato che i rapporti e le ricerche a sostegno di questa tesi si basino su calcoli errati e sottovalutino i sistemi di welfare dei vari Paesi, come spiega Matteo Fatale, laureando in finanza quantitativa all’Università di Torino, sul Sole 24 Ore.

Da sempre per andare ideologicamente contro il capitalismo (qualsiasi cosa esso significhi) viene citato il titolo di questo post, così da dimostrare di essere in un “sistema economico” sbagliato che ha come unica conseguenza l’aumento della povertà e delle diseguaglianze. Ma le cose stanno effettivamente così?

Basandoci sui risultati degli studi di Piketty, Saez & Zucman (2003, 2018) usando i dati delle imposizioni fiscali sui redditi, l’idea che la diseguaglianza sia cresciuta drammaticamente dal 1960 è diventata una delle maggiori narrative di questi ultimi anni. Ciò ha portato a speculazioni del tipo che questa diseguaglianza porti a riduzione dell’efficienza economica e alla stagnazione dei salari della classe media a causa di cambiamenti negativi nel potere contrattuale.

Il concetto di reddito

Prendendo spunto dal primo paper (Auten & Splinter, dicembre 2019), gli autori contestano i vari lavori di Piketty aggiustando le sue assunzioni, ma basandosi sempre sugli stessi dati di partenza. Per cercare di redistribuire il totale del reddito nazionale (reddito da salario, reddito da capitale, trasferimenti dello stato dedotte le tasse, spalmare i consumi pubblici come sanità e istruzione) bisogna fare delle ipotesi e viene dimostrato come i suoi studi siano viziati da vari errori a livello econometrico e di definizione, dato che dobbiamo essere d’accordo sul termine “reddito” che varia da paese a paese secondo la locale contabilità. Si inizia dal reddito riportato dalle entrate fiscali e si sviluppa una misura di reddito di mercato, corretta per le riforme fiscali e per problemi sociali come il declino del tasso di matrimoni.

Calcolando solo i redditi positivi ed escludendo quelli negativi gli autori, tramite audit interni, calcolano come questa parte non osservata sia del 16% invece che del 50%, decisamente sotto-rilevato rispetto ai precedenti risultati. Questo genera una discrepanza finale di risultati nell’ordine del 2,2%. 
Usando i dati delle entrate fiscali, Piketty e i suoi coautori argomentano che il top 1% di redditi dal 1960 ha visto notevolmente aumentare la propria quota di ricchezza, non tenendo però contro delle riforme fiscali e dei redditi non riportati nei dati. 
I due autori (Auten & Splinter) aggiustano i risultati e dimostrano come la quota di ricchezza al netto delle imposte in mano al top 1% è invece rimasta stabile come riportato nella figura 2, smentendo i risultati precedenti sui quali Piketty ha costruito la sua carriera.

Il concetto di ricchezza

Parlando invece del secondo paper (Catherine, Miller & Sarin, febbraio 2020), gli autori partono dalla definizione di ricchezza data da Piketty (2013): il valore di mercato di tutti gli asset di proprietà delle famiglie, al netto del debito. Essi dimostrano come questa definizione di “ricchezza” sia un concetto incompleto, aggiustano a loro volta i risultati e, incorporando la redistribuzione attraverso i programmi di sicurezza sociale, dimostrano come essa nel 1989 rappresentava, per l’inferiore 90% della distribuzione, il 17,2%, mentre nel 2016 è arrivata a rappresentare il 63,4%. Aggiustando ulteriormente i risultati per il rischio sistematico, si arriva rispettivamente a 14,2% prima e 57,7% poi. 
Inoltre, nel 2016 la sicurezza sociale eccedeva il valore di mercato della ricchezza dello stesso 90%, argomentando come una sua eventuale omissione possa portare a facili errori di misurazione dei redditi netti.

Inserendo nel computo questi due risultati e, calcolando che il numero di poveri nel mondo è costantemente in calo da decenni (figura 4 e 5), possiamo dire con assoluta certezza che l’economia non è un gioco a somma zero, che la torta non è finita, che è possibile creare ricchezza per tutti e che il profitto di uno non equivale automaticamente alla perdita dell’altro. 
Il libero mercato ha permesso a centinaia di milioni di persone di uscire dalla povertà, ha permesso ai paesi emergenti di ammodernarsi e guadagnare terreno rispetto ai paesi sulla frontiera tecnologica e continuerà a migliorare le condizioni di vita delle popolazioni come fa da sempre.

Misurazioni errate

Eppure, anno dopo anno siamo confusi dai rapporti di Oxfam: “I ricchi sempre più ricchi, i poveri più poveri. La diseguaglianza causa la povertà. Se i paperoni non evadessero le tasse, ci sarebbero le risorse per erogare servizi sanitari e educativi universali e gratuiti, mettendo fine alla privatizzazione dei servizi pubblici”. 
Viene descritto come una consistente parte del reddito mondiale sia nelle mani di una minuscola frazione di persone. Il rapporto si basa su uno studio di Credit Suisse, il “Global Wealth Report” che offre, per ogni paese, una stima sulla ricchezza netta delle famiglie, cioè la differenza tra il patrimonio e i debiti.

Ciò implica, per esempio, che un giovanotto benestante di New York che faccia un mutuo per studiare a Harvard appaia, dal punto di vista statistico, più povero di un contadino del Laos che, non avendo nulla, non sarà mai neppure in grado di ottenere un prestito. Secondo Credit Suisse, la percentuale di adulti con una ricchezza netta inferiore a 10 mila dollari è del 40,6 per cento in Germania ma solo del 14 per cento in Grecia e addirittura dell’8 per cento in Italia. Dobbiamo continuare a subire questa vuota retorica? A voi le conclusioni sulla correttezza di tali misurazioni.

Il mantra della disuguglianza ha i giorni contati

Cosa possiamo concludere con questa analisi? Piketty & Co. hanno sicuramente basato gran parte del loro successo su questo mantra della diseguaglianza il cui muro eretto sta pian piano venendo giù, pezzo dopo pezzo, a partire dai numeri. Abbiamo compreso precedentemente come nelle loro analisi abbiano sottostimato – o perfino escluso – importanti programmi di sicurezza sociale, medicare e altre misure di welfare state che vanno inevitabilmente a favore del 50% più povero. Questo perché vengono erroneamente considerati solo due tipi di reddito: quello da lavoro e quello da capitale.

Nel 2010 lo stesso Piketty argomentava come dei 54.000 miliardi di dollari di ricchezza negli Stati Uniti, il top 10% ne deteneva il 70%, la classe media (10-50%) il 25%, e l’inferiore 50% “solo” il 5%. Con una serie di correzioni dettate da tasse e welfare, la quota di ricchezza in mano ai “paperoni” scende dal 70% al 52% circa, ovvero quanto la Scandinavia nel 1980, la società considerata da Piketty meno diseguale.

A riguardo scrive proprio Zitelmann: «Altri autori hanno pubblicato delle critiche esaurienti alla raccolta di dati e agli errori metodologici di Piketty, costringendolo a ritrattare alcuni principi fondamentali del suo libro. Io però intendo porre una domanda completamente diversa, che a mio parere riveste, per la maggior parte delle persone, un significato maggiore della preoccupazione di Piketty per le disuguaglianze di ricchezza. Se il capitalismo tenda ad aumentare o abbassare il tenore di vita complessivo mi sembra di gran lunga più rilevante di qualsiasi presunto aumento della disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza». In altre parole: «Che cos’è più importante per queste centinaia di milioni di persone: che non muoiano più di fame, o che la ricchezza dei plurimilionari e dei miliardari sia aumentata in misura maggiore del loro tenore di vita?».

La mia previsione è che negli anni a venire il dibattito riguardante le diseguaglianze muterà mantenendo sempre la stessa rilevanza sotto i riflettori. Diventerà finalmente meno ideologizzato e più concreto, più coerente con il vero scopo dell’economia: l’allocazione di risorse scarse nel miglior modo possibile. Thomas Piketty sarà costretto a ritrattare i suoi scritti per mantenere la sua professionalità e ne verrà fuori un interessante serie di paper che potrebbero cambiare le carte in tavola sul tema di redistribuzione e tassazione, propendendo verso quello che molti chiamano il “libero mercato”. E personalmente spero avvenga tutto ciò.

Matteo Fatale, Sole 24 Ore 16 luglio 2020