Il declino italiano? Parte dagli anni Settanta

Il declino italiano? Parte dagli anni Settanta

Un libro di Salvatore Rossi è l’occasione per ripercorre quando e come sono partite le difficoltà del Bel Paese. Con una lezione: spesa pubblica, dirigismo, intreccio politica-economia non funzionarono allora, non funzionano oggi. Il commento di Alessandro De Nicola.

Oscar Wilde, con il suo abituale senso del paradosso, sentenziò che la maggioranza della gente muore di un deprimente buon senso e scopre, quando è troppo tardi, che l’unica cosa di cui non ci si pente mai sono i propri sbagli. Malauguratamente, esistono indizi che la classe politica sia convinta che l’Italia non debba pentirsi degli errori passati, ma semplicemente ripeterli in forma aggiornata.

Sotto questo profilo, una lettura consigliabile a chi esercita poteri di governo dovrebbe essere un libro pubblicato appena prima dell’esplosione della pandemia, La politica economica italiana dal 1968 ad oggi di Salvatore Rossi. L’autore è stato direttore generale della Banca d’Italia, presidente dell’Ivass, l’autorità di vigilanza sulle compagnie di assicurazione e oggi è presidente di Tim. La sua ricostruzione degli ultimi 50 anni pur con qualche indulgenza sul ruolo dell’Istituto di Via Nazionale, è condotta in modo rigoroso, legato ai fatti ed equilibrato.

1968-75: gli «anni delle spinte sociali»

Cominciamo dagli «anni delle spinte sociali», dal 1968 al 1975, quando esplode la protesta nelle piazze e i governi, sollecitati dalle opposizioni, pensano che il rimedio consista in “meno mercato, più Stato”. Il tutto avviene anche sotto la spinta della crisi economica determinata dallo shock petrolifero del 1973-74 e si traduce in aumenti salariali di molto superiori agli incrementi di produttività, per poi sfociare nel 1975 nel famoso accordo sulla scala mobile che adeguava automaticamente gli stipendi all’inflazione, contribuendo ad alimentarla. Lo Statuto dei lavoratori, insieme ad alcune cose buone, introdusse l’ingessatura del mercato del lavoro che con vicende alterne è ancora presente.

Esplode nel frattempo il bilancio pubblico, sommerso da pensioni di invalidità, prepensionamenti, pensioni sociali, cassa integrazione, copertura della spesa sanitaria a piè di lista, assunzioni di dipendenti pubblici. Nel 1971 nasce la Gepi, società pubblica che acquista partecipazioni in aziende decotte. Il debito pubblico, pari a 138% del Pil nel 1970, arriva al 157% nel 1975. Comincia la fuga di capitali all’estero; si introducono misure restrittive alla circolazione dei capitali; la Banca d’Italia compra buoni del Tesoro mentre l’inflazione rosicchia valore reale agli altri loro acquirenti e si inaridiscono i finanziamenti al settore privato spostandosi verso quello statale.

1976-79: la solidarietà nazionale

L’istituzione delle Regioni e dei Tar si rivelerà una fonte inesauribile di nuove decisioni di spesa. Ecco piantati i semi del declino italiano. La solidarietà nazionale, che va dal 1976 al 1979, inizia con l’esaurimento delle riserve di valuta e la sospensione della quotazione sul mercato dei cambi della lira che, alla riapertura, crolla. Si inaspriscono il peso fiscale e la repressione valutaria, ma la lira debole riesce a dare un provvisorio respiro al Pil che nel 1976 sale del 6,6%. Sarà l’ultima volta.

Cresce la spinta dirigista dell’economia con l’istituzione del Comitato interministeriale della politica industriale, mentre affluiscono copiosi i sussidi alle imprese e al Mezzogiorno, peggiorando la competitività delle prime e dando luogo a sprechi e carrozzoni (siderurgia e porti) nel secondo caso. La legge sull’equo canone del 1978 distrugge il mercato degli affitti e la riforma sanitaria, dello stesso anno, crea centri insaziabili ed inefficienti di spesa, le Usl. Il progresso si concentra nelle piccole e medie imprese del Centro-Nord-Est che prosperano nei distretti industriali. L’allocazione delle risorse finanziarie è influenzata dalla politica nelle grandi banche nazionali mentre in quelle locali si affermano «i buoni mediatori di clientele, non i buoni amministratori».

Anni Ottanta: salgono pressione fiscale e debito pubblico

Veniamo all’ultimo periodo della Prima Repubblica, gli anni 80. Le luci maggiori dell’epoca sono i provvedimenti antiinflazionistici (depotenziamento della scala mobile e politica dei redditi), ma nel frattempo si aggravano i disavanzi del bilancio pubblico e si innalza la pressione fiscale. Il famoso divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia, con il nostro paese che aveva già aderito nel 1979 allo Sme, il sistema monetario europeo che restringeva le oscillazioni del cambio, fu l’inizio di quella nuova costituzione monetaria che ci portò nell’euro.

Il libro naturalmente ricostruisce anche gli ultimi 30 anni di politica economica, ma è la storia risalente ad essere particolarmente interessante. I 25 armi dal 1968 al 1992, la Prima Repubblica della lira, mostrano inequivocabilmente una linea tendenziale della crescita del Pil discendente (seppur a singhiozzo) e del debito pubblico in aumento. Le ricette basate su spesa pubblica, dirigismo, intreccio politica-economia non funzionarono allora e formarono un macigno sulle spalle del Paese che ancor oggi non riusciamo a scrollarci di dosso: anzi, è apparsa la tentazione a riprovarle.

Meglio fermarsi finché si è in tempo; con tutta la simpatia per Wilde preferisco quello che scriveva lo scrittore Vonnegut «Un passo indietro, dopo aver fatto una strada sbagliata, è un passo nella giusta direzione».

Alessandro De Nicola, La Repubblica 22 giugno 2020