“Il futuro? È di chi conquista tre miliardi di imprenditori nei Paesi poveri”

“Il futuro? È di chi conquista tre miliardi di imprenditori nei Paesi poveri”

Nel Sud del mondo c’è un’infinità di lavoratori autonomi informali che la pandemia ha messo in ginocchio. E la Cina è attrezzata meglio degli Usa per tramutarli in capitalisti legali. Hemando de Soto, economista di idee liberali e uno dei massimi esperti di sottosviluppo, ne parla in questa intervista al Corriere della Sera.

«Dopo la pandemia, il campo di battaglia per l’egemonia sarà l’economia informale». Cioè la conquista della maggioranza della popolazione mondiale, che non è inquadrata in un sistema di lavoro formalizzato, ma non è nemmeno sottoproletariato; che anzi è un’umanità di piccoli imprenditori senza una patente che li certifichi tali. Hernando de Soto è uno degli economisti più sorprendenti, da decenni sostenitore dell’emancipazione dei poveri non attraverso il superamento, ma la moltiplicazione del capitalismo, trasformando appunto gli informali senza documenti — dal contadino andino della periferia di Lima al venditore di samosa a Mumbai, dal muratore di Nairobi alla guida turistica di Città del Messico — in piccoli capitalisti con le carte in regola.

In modo che, una volta in possesso di documenti che formalizzano il diritto alla proprietà del loro business, possano darli in garanzia per avere prestiti, possano passarli in eredità, possano trovare soci di capitale, possano fare affari al di là dei mercati di vicinato su una scala maggiore: tutte opportunità che in genere non hanno, il che frustra le loro possibilità di crescere. De Soto — peruviano, 79 anni, fondatore e guida dell’Institute for Democracy and Liberty, che ha sede a Lima — è convinto che sarà la trasformazione di questi 3.300 milioni di persone in soggetti intestatari di diritti formali a determinare i rapporti di forza nel mondo post-lockdown. Sarà chi conquista influenza su di loro e sulle risorse dei loro Paesi ad avere la meglio: Stati Uniti o Cina. Per ora, a suo parere, Pechino ha un vantaggio: è più flessibile e ha meno remore.

Come si vedono dal Sud del mondo la pandemia e le sue conseguenze?

«Già dall’inizio si è capito che avrebbe portato a una contrazione di almeno il 10%. L’economia è condivisione del lavoro, combinare ciò che vale: il confinamento ferma gli scambi. Nell’economia informale dei Paesi in via di sviluppo, le chiusure hanno significato sparizione di redditi e risparmi: adesso i protagonisti dell’economia informale o periscono o si sollevano e si rivoltano».

Vede un’opportunità in questa crisi?

«C’è l’opportunità di mettere a fuoco i problemi giusti, quelli veri».

Iniziamo con definire gli informali.

«L’idea del conflitto tra padroni e lavoratori appartiene al passato. Oggi, i poveri dei Paesi invia di sviluppo sono piccoli imprenditori perché devono esserlo, non hanno alternative. Più di tre miliardi di persone che si organizzano in piccole attività, ma non hanno i documenti ufficiali che attestino i loro diritti di proprietà, oppure quelli che hanno non consentono loro di ampliare gli affari al di là dei mercati locali. Quindi non possono crescere e rimangono vulnerabili, senza serie difese legali. La forza del capitalismo sta invece nell’avere istituzioni e regole che ne garantiscono il funzionamento».

E lei pensa che in questa occasione possano sollevarsi.

«Innanzitutto, va chiarito che l’economia informale è enorme: il 90% dell’economia indiana è tale, l’80% di quella del Paraguay, il 60% di quella cinese, il 50% di quella argentina. Ci potranno essere rivolte. Dipenderà dal rivelarsi o meno di politici straordinari per tempi straordinari. Si dice che andremo verso regimi autoritari. In realtà, vedremo come saranno affrontate le proteste e le rivolte, se con la repressione oppure andando alla radice dei problemi. Avremo politici arroganti come quelli che costruirono la Repubblica di Weimar dopo la Grande guerra, oppure leader che sapranno costruire nuove regole, come a Bretton Woods dopo la Seconda guerra mondiale?».

Difficile vedere Trump e Xi Jinping come artefici di un futuro roseo.

«Non li vedo nemmeno io i nuovi Churchill. Ma un grande statista non lo vedi fino a quando non si solleva all’altezza dell’occasione. Chi si aspettava che un politico del Missouri fino allora oscuro come Harry Truman potesse decidere di sganciare due bombe atomiche sul Giappone? O che l’attore Ronald Reagan sarebbe stato un presidente importante? La mia esperienza mi dice che non si può prevedere un comportamento di fronte a una situazione critica. Bush senior si fermò prima di Bagdad dopo la prima guerra del Golfo, ma suo figlio e Dick Cheney ci entrarono 12 anni dopo. È difficile prevedere. Teniamo presente che oggi gli Stati Uniti sono divisi su tutto meno che sul considerare la Cina il vero nemico».

Quindi lei vede uno scontro sempre maggiore fra Washington e Pechino.

«Sì. E credo che il campo di battaglia sarà l’economia informale. Noi peruviani, come i boliviani e i cileni, abbiamo grandi quantità di terre rare, importantissime nelle economie digitali. Lo stesso vale per l’argento del Perù e del Messico, necessario nei pannelli solari. I cinesi vogliono quelle risorse naturali dei Paesi in via di sviluppo, il suolo di proprietà dell’economia informale. Lo scontro è per le risorse naturali».

Ce la faranno, i cinesi?

«Se guardiamo la situazione nel mondo, i cinesi, che vengono da una rivoluzione contro la proprietà privata, hanno oggi la quota maggiore di proprietà privata. Gran parte della Cina è in via di sviluppo, ma il suo potere economico è forte e si impone con l’obiettivo di controllare risorse e capitalismo. Trump l’ha capito: non avrà una mente organizzata di tipo svizzero, ma sente spontaneamente questa sfida, tanto che chiede alla Danimarca di vendergli la Groenlandia».

Chi avrà la meglio?

«Al momento i cinesi hanno un vantaggio: mentre gli americani pensano alla sovranità, loro pensano alla proprietà. Americani ed europei vedono i Paesi poveri con il senso di colpa degli ex colonizzatori. Quando pensano al bazar mediorientale, non ne vedono il fatto economico ma quello culturale, pensano alla sovranità dei mercanti e del loro Paese. E ciò li frena. I cinesi, al contrario, non vedono la questione della sovranità, ma l’opportunità economica: hanno meno vincoli, sono più flessibili nei rapporti di proprietà, sperimentano. La sovranità è una sfera emotiva mentre i diritti di proprietà sono freddi e quindi molto flessibili. Al punto che la proprietà può essere una soluzione ai problemi di sovranità: si potrebbe studiare il caso degli insediamenti israeliani in Cisgiordania».

È una buona cosa, per i Paesi poveri, questo vantaggio cinese?

«La situazione peggiore, per noi, è un mondo unipolare. Un mondo bipolare è invece un’ottima situazione. Gli Stati Uniti dovrebbero ricordare che 200 anni fa essi stessi sperimentavano. Al momento, i cinesi hanno un vantaggio e se gli americani non cambiano, se continuano a essere conservatori, Pechino vincerà: conquisterà maggiore influenza nei Paesi dell’economia informale».

Danilo Taino, Il Corriere della Sera 21 giugno 2020