Il ruolo dei riformisti nel liberalismo che verrà

Il ruolo dei riformisti nel liberalismo che verrà

Difendere i risultati della globalizzazione, riavviare l’ascensore sociale, modernizzare il tradizionale sistema di welfare. In questo momento storico è necessaria la collaborazione tra culture diverse per rispondere alle esigenze della nostra società. Il commento di Salvatore Carrubba.

Con la passione del testimone e la dottrina dello studioso, Natalino Irti ha riproposto su queste colonne l’attualità del dibattito sul liberalsocialismo e della disputa tra Croce ed Einaudi sul rapporto liberalismo-liberismo. Concludendo, Irti raccomanda di adottare «prudenza teorica e avvedutezza storica»: ossia, di non cedere, anche i liberali, al dogmatismo e di considerare le peculiarità dei tempi attuali. Che sono notevoli, e modificano radicalmente i termini di riferimento rispetto ai tempi in cui incrociavano le armi Croce ed Einaudi.

Modello democratico-liberale sotto attacco

Non ci sono più i partiti, tanto per cominciare, capaci di mobilitare i rispettivi popoli su visioni del mondo, aggregazioni di interessi, princìpi e valori di riferimento. Non ci sono più, e non solo nella politica, modalità condivise di selezione di classe dirigente attraverso criteri di merito e competenza. Non ci sono più canali di formazione dell’opinione pubblica, frammentata nel tribalismo digitale. Soprattutto, non c’è più la distinzione netta tra libertà e autoritarismo, che divideva il mondo tra democrazie (liberali) e totalitarismi.

Oggi si può essere, e vantarsene, democratici a metà: democratici nel senso che ci si dichiara dalla parte del popolo; ma illudendosi che la complessità sociale richieda decisioni rapide, affidate al carisma del leader e alla capacità di mettersi in sintonia col popolo, anziché alle snervanti procedure della dialettica parlamentare, alla ricerca del compromesso, al rispetto della società civile e del suo pluralismo. La regressione a livello internazionale del modello democratico-liberale, testimoniata dalle classifiche annuali di Freedom House, conferma la portata degli attacchi a quel modello da parte di autoritarismi di vario genere, efficaci nel fare breccia nelle opinioni pubbliche di tutto il mondo.

Mi azzardo a credere, perciò, che Croce ed Einaudi oggi condividerebbero la priorità di salvare e rafforzare la democrazia liberale; e che non si tirerebbero indietro (loro che, quando si trattò di far rinascere l’Italia, collaborarono coi comunisti) a favorire forme di accordo che rendano possibile l’intesa tra forze idealmente diverse, ma accomunate dall’esigenza di tutelare la democrazia e la libertà. Questa piattaforma, oggi, si chiama riformismo: una parola non a caso detestata (ne abbiamo avuto la conferma nelle fin troppo compunte celebrazioni per il centenario del Pci) da quel pezzo di sinistra che pur di non rinunciare alle prospettive rivoluzionarie preferì rinunciare alla democrazia.

Cosa vuol dire riformismo

Riformismo significa accettare che l’unica prospettiva praticabile per lo sviluppo sociale, economico e politico, resti quella del capitalismo democratico, che deve di nuovo dimostrare le virtù additate da Einaudi, ossia che la migliore forma di protezione, il più efficace strumento di elevazione sociale non stanno nello statalismo monopolista, ma in un sistema di competizione aperto e soggetto alle regole. Per Einaudi, «la politica di mercato diventa “sociale” grazie al mezzo adoperato all’uopo. Mezzo è la concorrenza e basta questa, senz’altri amminicoli, ad ottenere l’effetto “sociale”».

Ovviamente, il capitalismo ha molta strada da compiere sulla via dell’autoriforma, al di là di concessioni di facciata a parole d’ordine di moda. La difesa della globalizzazione, e della sua straordinaria portata di elevazione economica e trasformazione sociale; la capacità di rispondere alle ansie e ai conflitti che questa, assieme all’avanzata delle tecnologie digitali, determina nelle opinioni pubbliche dell’(ex) mondo industrializzato; l’esigenza di affrontare bisogni sociali ben diversi, e assai più diffusi, rispetto al modello tradizionale di welfare, di gestire le crisi del lavoro, le esigenze della formazione, la capacità di riavviare l’ascensore sociale: ecco la piattaforma sulla quale ritrovarsi per difendere la democrazia.

Che poi le soluzioni possano essere diverse non sarà uno scandalo, o una novità: il mondo e la democrazia moderni si sono fatti attraverso la dialettica tra libertà ed eguaglianza, nello sforzo che la prima non degeneri in arbitrio, e la seconda in conformismo. Di questa prospettiva, liberalismo e socialismo non possono che essere protagonisti. Come hanno infatti ricordato in un libro recente Torben Iversen e David Soskice, democrazia ed economia avanzata di mercato sono in simbiosi, perché il nostro «mondo turbolento» ha in egual misura bisogno di ridefinire i compiti dello stato e gli ambiti della libertà: buon lavoro, riformisti.

Salvatore Carrubba, Il Sole 24 Ore 2 marzo 2021