La fatica di essere liberali

La fatica di essere liberali

Il liberalismo è fatto di metodo e di esercizio del dubbio, non di demagogia e scorciatoie. Il caso Tortora lo dimostra. La riflessione di Beppe Facchetti sull’uso e sull’abuso di una parola nobile, alla luce delle ultime improvvisate conversioni

Meritano qualche riflessione più generale il commento di Francesco Damato sulla “chimera perpetua” del partito liberale di massa, e la testimonianza di Stefano Bargellini sulla mia personale campagna a favore di Enzo Tortora nei primi anni ’80. (Il Dubbio, 9 ottobre).

Rivoluzione liberale?

Lo spunto viene dall’ultimo scopritore della virtù liberale, l’ineffabile Matteo Salvini che auspica una “rivoluzione liberale”, con la consulenza di Marcello Pera, ex socialista ed ex ateo devoto, nella sua ultima giravolta, da Popper alla Ceccardi. Osserva Damato che più cresce la reputazione dell’antico seme liberale, più si spegne I’esistenza partitica dell’idea. Una contraddizione, che ha portato l’Italia ad essere un Paese senza liberali e socialisti e, insieme all’eclisse dei cattolici in politica, all’assenza di una classe politica con riferimenti ideali, sostituiti da un supposto pragmatismo anti ideologico che ci ha consegnato improbabili ministri della Giustizia ex di e degli Esteri ex steward dello stadio.

Essere liberali è faticoso

Nello spazio vuoto si colloca anche l’auspicio rivoluzionario del fu comunista padano. Il problema dei sedicenti neoliberali (Salvini è solo l’ultimo della serie) è che non basta comparare i fallimenti marxisti o le tragedie della destra per convenire che sì, in fondo, l’impostazione liberale non era poi così male, visto che non pretendeva di costruire “uomini nuovi”, o raddrizzare qualche legno storto, ma poneva questioni di metodo, di regole, di confronto pluralistico, di concorrenza in economia.

Manca però sempre il punto più importante: essere liberali è assai faticoso. Nulla dato per scontato, nessun punto di arrivo salvifico, l’approccio interpretativo è quello che questa testata ha come motto: il dubbio. Ecco perché il populismo proprio il contrario del liberalismo. Chi ha dubbi non semplifica, non cerca scorciatoie né like come prova della verità. Ne ha anzi timore, lo inquietano. Il resto vien da sé: non appartengono a questa cultura la ricerca di un nemico da additare, il disprezzo del diverso, il sovranismo, il protezionismo. Ecco perché non riesce ad emergere un partito liberale di massa. È una specie di ossimoro. Se non ha funzionato il tentativo berlusconiano, e Marcello Pera dovrebbe saperlo bene, è perché cercare voti di massa con questi metodi è una utopia oppure un imbroglio, specie se si è portatori di conflitti di interesse e si fonda un partito la cui gestione non è contendibile e la democrazia interna è quella di un cerchio magico.

Il rischio elitario

Vero è che il rischio opposto è quello di diventare elitari, limite del liberalismo in politica, e avrebbe allora ragione Benedetto Croce con il suo scetticismo circa l’utilità di un partito liberale, lasciandogli solo una funzione di pre-partito. Salvini vorrebbe addirittura una rivoluzione liberale, ma rischia grosso. Bleffa, per ora aggrappato alla impresentabile compagnia dell’estrema destra europea che ha esibito in Piazza del Duomo prima delle europee. A sua zavorra, e se governa, la zavorra dell’Italia. La rivoluzione era l’utopia di Piero Gobetti, ma la sua era la risposta al regime incombente di un giovane intellettuale non domabile se non con la violenza fisica, fino a morirne. Il suo sogno era di alleare la borghesia e la classe operaia, ma neppure Giolitti e Turati erano riusciti a mettersi d’accordo. Ben altra sarebbe una “rivoluzione liberale” nell’Italia di oggi. Certo che ci vorrebbe, ma dovrebbe basarsi su un rovesciamento dei vecchi vizi molto radicati nell’autobiografia nazionale che hanno fatto la recente fortuna anche del populismo: assistere, sovvenzionare, imbalsamare aziende decotte, accontentare questuanti di ogni tipo, obbedire a corporazioni fameliche.

II Paese che accetta sdegnoso i miliardi in arrivo dall’Europa ma non gli impegni correlati, e che si offende se gli chiedi di pagare i debiti. Oggi Europa vuol dire impegni duri. I migliori li vincono con il tricolore in mano, ma tanti mediocri temono come la peste le leggi di stabilità o i divieti degli aiuti di Stato. Salvini, dunque, si accontenti di continuare a “guidare” il centrodestra finché i “liberali” di FI gli terranno compagnia, e finché non lo sorpasserà la Meloni, lesta ad uscire dall’angolo, sotto la nobile bandiera conservatrice.

Il Pli e il caso Tortora

Fare il liberale, ripetiamo, è cosa difficile, e proprio la lontana vicenda Tortora lo dimostra. Per rispetto delle istituzioni, per sacra deferenza verso la Magistratura, il Pli di allora, che lo aveva tra i suoi dirigenti più intelligenti, si fermò titubante. Sembrava impossibile, per un liberale, che dei magistrati usassero la pesca a strascico degli omonimi (250 scarcerati per omonimia), o che mettessero in galera la gente per estorcere confessioni. La teoria Davigo sulla presunzione di colpevolezza non era stata ancora elaborata.

Il Pli di un padre della Patria come Aldo Bozzi chiedeva beatamente il rispetto formale di Pm in carriera, avanguardie della successiva giustizia spettacolo. Ma un innocente totale marciva in carceri in cui lo andavo a trovare ogni settimana solo perché potesse almeno sfogarsi. Non lo si poteva candidare perché altrimenti sarebbe surrettiziamente uscito dalla galera. E l’interessato era d’accordo! Fu Pannella a convincerlo che in Italia contava solo la provocazione, non l’esempio della compostezza formale. Insomma, come quella vicenda dimostra, anche i liberali sbagliano alla grande. Ma credere che anche l’errore ha una sua etica è già un primo passo. Poi viene “il dubbio” anche di questo.

Beppe Facchetti, Il Dubbio 16 ottobre 2020