La religione vista dalla scuola austriaca

La religione vista dalla scuola austriaca

Un libro appena uscito tratta di come la Scuola austriaca ha affrontato il problema della fede. Il commento di Giampietro Berti, sulle pagine del Giornale.

In un mondo sempre più secolarizzato come è il nostro, un discorso sul ruolo e il senso della religione acquista particolare significato, specialmente se viene collocato sotto l’angolo visuale della libertà più estrema.

Ci riferiamo al liberalismo della Scuola Austriaca dell’economia, che ha annoverato a vario titolo alcuni tra i maggiori teorici del pensiero liberale del ‘900 (Carl Menger, Eugen von Böhm-Bawerk, Friedrich von Wieser, Ludwig von Mises, Friedrich A. von Hayek), secondo cui la libertà non è un valore negoziabile e si può parlare solo di libertà degli individui poiché ogni altra concezione mistificante. Esistono soltanto gli individui nella responsabile coscienza delle loro azioni e dei loro propositi: ogni individuo è concepito come un soggetto capace di decidere tutti i propri fini. Pertanto solo nell’universale libertà è possibile trovare la soluzione del problema sociale e della convivenza umana e quindi anche del problema religioso.

A partire da queste considerazioni, Raimondo Cubeddu ne riprende criticamente la problematica: Individualismo e religione nella Scuola Austriaca, (ETS, pagg. 201, euro 18). Attraverso il prisma di questa concezione della libertà, Cubeddu mette a fuoco una serie di temi ad essa attinenti. In tal modo contribuisce a decifrare uno degli aspetti fondamentali della modernità consistente nell’esaurimento del senso corale della religione. Secondo il punto di vista dei liberali austriaci, la religione rientra nell’ambito della sfera privata e quindi nell’ambito di una libera decisione personale.

Diversamente dai liberali classici, gli Austriaci non sono interessati a regolare la vita delle istituzioni ecclesiastiche nella società, assegnando ruoli diversi alla Chiesa e allo Stato. Il loro agnosticismo, che non è scetticismo, indifferenza e tanto meno ateismo, li porta comunque a pensare che il problema teologico dell’esistenza divina non sia più un vero problema, essendo di per sé insolubile. Anche se Dio si manifestasse in tutta la sua evidenza, rimarrebbe sempre aperta la questione su come interpretare i contenuti di questa Rivelazione, poiché non ci sarebbe modo di evitare incomprensioni ed errori. Lo conferma il fatto che della Rivelazione gli uomini hanno fornito tante e non sempre complementari versioni le quali, il più delle volte, non soltanto non hanno retto ad una critica razionale, ma sono state pure motivo di infinite controversie teologiche e dottrinarie.

In conclusione, Cubeddu, dopo aver messo in evidenza che con gli Austriaci sembra evaporare quella controversia sul primato della filosofia, della politica o della religione che aveva caratterizzato per secoli la civiltà occidentale, sottolinea che la posizione degli individualisti non contempla l’idea di un mondo privo della religione, né essi si propongono di estirparla o di regolarla. Pensano invece che, come la politica, la filosofia, l’economia e la scienza, la scelta religiosa sia un modo strumentale per far fronte ai problemi della condizione umana, avvolta nell’incertezza.

In altri termini, essi non si occupano dell’aldilà e della salvezza dell’anima, ma tendono ad agevolare la tendenza di ogni individuo a ricercare di migliorare la propria condizione personale e di perseguire la propria la felicità.

Giampietro Berti, Il Giornale 6 marzo 2020