La stagione delle riforme è un ricordo. La cultura liberale batta un colpo

La stagione delle riforme è un ricordo. La cultura liberale batta un colpo

La ventata di riforme che spirava in Italia negli anni Novanta sembra essersi esaurita. Tra promesse tradite ed effetti, l’analisi di Luca Ricolfi.

Mi ha molto colpito e fatto riflettere la recente e sconsolata riflessione di Emanuele Macaluso, una delle figure più rappresentative (e più nobili) della corrente riformista del Pci-Pds-Ds-Pd. L’anziano ex dirigente comunista lamentava l’imperscrutabilità della linea del Pd sulle questioni cruciali del Paese, a partire da quella dei migranti.

Il coraggio degli anni Novanta

Per una volta, io che da molti anni sono estremamente critico su quel partito, vorrei provare a dirigere l’attenzione altrove. O meglio: anche altrove, e innanzitutto verso quanti, come me, si collocano nell’area che, per brevità, chiamerò liberal-riformista. E vengo subito al punto: vogliamo renderci conto che abbiamo fallito? Vogliamo dircelo, una buona volta, che la cultura liberal-riformista, che era egemone in Italia negli anni ’90, si è completamente auto-prosciugata?

Vorrei ricordarlo, perché forse non tutti ne abbiamo memoria: negli anni ‘90 la diagnosi di fondo sui mali dell’Italia e sulle riforme necessarie per raddrizzare il Paese era, al di là delle sfumature e della propaganda, sostanzialmente condivisa dai riformisti di entrambi gli schieramenti. Erano i tempi del “rapporto Onofri” sulla spesa sociale, con la sua analisi spietata delle distorsioni del nostro welfare.

Erano i tempi della “riforma Dini” del sistema pensionistico. Erano i tempi in cui, per riprendere il titolo di un libro dell’economista Nicola Rossi, eravamo “riformisti per forza”, perché era l’Italia ad avere bisogno di riforme, e soprattutto di scelte coraggiose: riduzione del debito pubblico, contenimento della spesa pensionistica, reddito minimo, politiche attive sul mercato del lavoro, efficientamento della spesa sanitaria, più meritocrazia e meno privilegi, nuovi asili nido, borse di studio nella scuola e nell’università. Ma anche: federalismo fiscale, riforma della giustizia civile e penale, meno burocrazia, interventi sul sovraffollamento delle carceri.

C’era anche, allora, un aspetto che non mi ha mai convinto (ne presi le distanze già vent’anni fa): una fiducia smisurata nell’Europa e nelle virtù della globalizzazione, vista dai più come una formidabile opportunità.

Il mondo liberal-riformista non esiste più

Ebbene, che ne è di tutto ciò? Quasi nulla, mi pare. Il mondo liberal-riformista non esiste più. Nella migliore delle ipotesi, si limita a ripetere le sue diagnosi e le sue ricette, ma senza prendere atto del proprio fallimento. Soprattutto, senza interrogarsi davvero sulle ragioni profonde di quel fallimento. La diagnosi era sbagliata? O sono le soluzioni che non erano all’altezza dei problemi? E soprattutto: abbiamo provato davvero a mettere in atto le nostre idee?

A me pare che molto di quel che si predicava non è stato fatto, o è stato fatto troppo tardi, o troppo timidamente. Penso alla incompiutezza delle riforme del mercato del lavoro, ma soprattutto alla omissione della riforma delle riforme, che tutto doveva precedere: la difesa della scuola, e la lotta alle diseguaglianze proprio a partire da lì, dall’attuazione concreta del dettato costituzionale che sancisce il diritto dei “capaci e meritevoli” di raggiungere “i gradi più alti degli studi” (articolo 34). Per non parlare della nostra superficialità sulle virtù della globalizzazione, della nostra tolleranza per la mostruosa crescita della burocrazia, o della nostra timidezza in materia di garanzie dell’imputato, una materia che ha visto la sinistra sempre sostanzialmente subalterna al partito dei giudici, e la destra sempre vigile solo quando in questione erano i diritti dell’imputato Berlusconi.

Le conseguenze delle promesse fallite

Perché sollevo questi interrogativi, ora? Fondamentalmente, perché mi sono convinto che, nella nascita e nel dilagare del populismo, una responsabilità grave ce l’abbiamo anche noi liberal-riformisti. Il centro-destra non ha mai nemmeno provato ad attuare la rivoluzione liberale promessa. Quanto al centro-sinistra esso è rimasto sempre, anche nelle sue stagioni migliori, abbondantemente al di qua di quel che sarebbe stato necessario. Si può forse dare atto a Renzi di avere tentato qualcosa, ma non si può non notare che anche il suo governo ha innanzitutto perseguito il consenso, senza incidere sull’hardware del sistema Italia. E ancor meno si può ignorare che è stato proprio Renzi a spalancare le porte ai Cinque Stelle, la più demagogica, anti-liberale e anti-riformista delle forze politiche in campo.

La cultura liberale batta un colpo

Ecco perché mi sembra venuto il tempo di rivolgere la nostra attenzione prima di tutto a noi stessi e alle nostre omissioni, o al nostro lungo sonno. Se la cultura liberale non batte un colpo, o resta rinchiusa nei piccoli circoli dove è adusa confermarsi nelle proprie convinzioni, è inutile continuare a chiedere ai populisti di diventare più riformisti, o più liberali, o semplicemente più ragionevoli. Quello di ricostruire una cultura politica liberal-riformista è compito innanzitutto nostro. I populisti fanno il loro mestiere, e lo fanno meglio di quanto noi facciamo il nostro.

Luca Ricolfi, Il Messaggero 4 febbraio 2020

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