Liberali, pochi e isolati

Liberali, pochi e isolati

Poche persone di orientamento liberale. Come sempre. Angelo Panebianco descrive il desolante panorama italiano e suggerisce una (vecchia) soluzione per far emergere le idee liberali nel dibattito nazionale…

Nella seconda metà degli anni Cinquanta e negli anni Sessanta dello scorso secolo, considerando sia i laici che i cattolici, si arrivava facilmente alla conclusione che le persone di orientamento liberale in Italia fossero quattro gatti. Li si incontrava con più frequenza in una specie di recinto ove stazionavano i piccoli partiti laici più una componente cattolica in parte erede della stagione degasperiana e in parte influenzata dalle idee di don Luigi Sturzo. Erano atlantisti, difensori della proprietà privata, favorevoli al mercato, nemici delle corporazioni. Erano fautori della rule of law, del governo della legge intendendo per «legge», secondo i principi dell’individualismo liberale, uno strumento posto al servizio dei diritti individuali di libertà, diritti che andavano protetti, prima di tutto e soprattutto, dalle prepotenze e dalle tentazioni liberticide dello Stato nelle sue varie articolazioni e corporazioni. Per il resto, nell’Italia di allora comandavano le due chiese, quella democristiana, ove l’iniziale impronta del liberale Alcide De Gasperi aveva lasciato il passo a forme di corporativismo (a partire dall’età fanfaniana) e quella comunista. Ma se le persone di orientamento liberale erano allora davvero quattro gatti, come mai l’Italia, pur con mille magagne, rimase nel campo delle democrazie liberali? Vi rimase non per meriti propri ma perché le divisioni internazionali della guerra fredda non le lasciavano alternativa.

Anche oggi in Italia pochi liberali

Il mondo è cambiato radicalmente rispetto ad allora. E anche l’Italia. Ma l’impressione è che in questo Paese le persone di orientamento liberale siano poche. Come sempre. Anche se è vero che si tratta di un’area che, nel corso dei decenni, ha conosciuto fasi di espansione (si pensi a certi aspetti, ma non ad altri, del socialismo craxiano o del berlusconismo) seguite da fasi di contrazione. Non ci sono più i recinti di un tempo ma se si osserva la classe politica attuale non ci si mette molto a contare le teste: alcuni esponenti di Forza Italia, qualche Pd, più un po’ di centristi (in zona Renzi, Bonino, Calenda, eccetera). A occhio, non si va più in là.

Per il resto, il panorama è occupato da grandi formazioni che si spartiscono (legittimamente) la difesa degli interessi delle varie categorie presenti nel Paese ma che manifestano anche poca attenzione, quando non ostilità, per l’uno o l’altro dei principi liberali e per le istituzioni che ne discendono. Per lo più, le grandi formazioni politiche continuano a scommettere più sul ruolo dello Stato e della politica come promotori della «buona società» che su quello degli individui, mantengono scarsa fiducia nella capacità delle persone di essere motori dell’innovazione e del cambiamento sociale. Scommettono più sulla gerarchia che sulla libertà dei singoli. La sensazione è che se fosse guidata da un leader dotato di grande forza e carisma una formazione liberale non andrebbe oltre il dieci per cento dei consensi elettorali. E si tratterrebbe comunque di un exploit, possibile solo nel caso fosse in campo un leader di tale fatta.

Mercato e libertà osteggiati a destra e sinistra

Forse alle molte ragioni che sono state portate a sostegno del governo Draghi va aggiunta anche questa: sospendendo il gioco politico-partigiano, obbligando i partiti a una sorta di tregua (armata) in nome dell’emergenza, il governo Draghi sta provvisoriamente tenendo a bada forze, di destra e di sinistra, che non hanno propriamente le carte in regola agli occhi di chi è interessato alle sorti della libertà individuale.

Non le hanno a destra i leghisti. Con i loro «legami pericolosi», coltivati fino a non poco tempo fa, con la Russia di Putin. O con quel classico orientamento populista che li porta a separare la piccola impresa privata (che difendono) dalla grande impresa che osteggiano (o che osteggiavano fino a ieri). La difesa del libero mercato non può essere ridotta alla sola rappresentanza di piccole imprese e partite Iva. Nemmeno ha le carte in regola, a sinistra, quella parte del Pd che, per vocazione ideologica, in materia di giustizia, è altrettanto illiberale dei 5 Stelle (e non ha pertanto alcuna remora ad allearsi con loro) o che considera alla stregua di una bugia «neo-liberista» (povero Luigi Einaudi) l’idea secondo cui un eccesso di intervento statale in economia mette a rischio le libertà economiche e, per conseguenza, anche quelle politiche .

Certamente, la democrazia liberale non è oggi in difficoltà solo in Italia. Ma la tradizione italiana ci rende più esposti di altri ai venti contrari. Anche perché, adesso, non esiste più la solida rete di protezione internazionale dei tempi della guerra fredda.

Perché è meglio il proporzionale

I fautori (come chi scrive) della democrazia maggioritaria, nella quale la competizione fra due schieramenti è sostenuta da una legge elettorale maggioritaria e da un assetto costituzionale che non impedisca a chi è eletto di governare, conoscono le obiezioni dei sostenitori della proporzionale. Sono quasi tutte obiezioni deboli. Però ce n’è una migliore delle altre, almeno da un certo punto di vista. In un Paese così poco ospitale e amichevole nei confronti delle idee liberali, secondo questa obiezione, è meglio affidarsi a una legge elettorale proporzionale.

Essa crea frammentazione, immobilismo politico, instabilità governativa. Ma perlomeno, i quattro gatti liberali di cui sopra si trovano anch’essi a disporre, in regime di proporzionale, di una sia pur piccola rappresentanza. Si può dare persino il caso che un piccolo partito liberale riesca a esercitare una influenza sul governo del Paese assai più forte di quanto faccia supporre la sua esigua presenza elettorale. Si pensi al ruolo di Ugo La Malfa nell’Italia delle due chiese. Oppure si pensi alla capacità di manovra che negli anni Settanta/primi anni Ottanta, ebbero, nell’Italia della proporzionale, i radicali di Marco Pannella. In un Paese come l’Italia, continuano i sostenitori di questa tesi, una democrazia maggioritaria travolge e costringe al silenzio i pochi liberali vaganti. È un’obiezione dotata di un qualche fondamento. Chi pensa che i costi della proporzionale superino di gran lunga i benefici, non può comunque ignorare un’esigenza: quella di dare rappresentanza a coloro per i quali la libertà individuale non è una vecchia cosa inutile, da buttare via.

Angelo Panebianco, Il Corriere della sera 30 marzo 2021