Lo smart working può funzionare nel pubblico?

Lo smart working può funzionare nel pubblico?

Il lavoro a distanza nel privato può essere un modello organizzativo efficiente. Ma nel settore pubblico le dinamiche cambiano, come osserva Carlo Lottieri.

Sta sollevando varie perplessità la decisione di prorogare fino al 31 dicembre lo smart working per i dipendenti pubblici, con la possibilità che si continui addirittura anche nel 2021.

Naturalmente il ricorso a tale formula si deve al diffondersi del coronavirus, che ha spinto a evitare l’ammassarsi delle persone negli uffici e nei mezzi di trasporto. Molti temono, però, che la decisione dei dirigenti pubblici di riorganizzare il lavoro facendolo svolgere ancora da casa crei ulteriori problemi al cittadino-contribuente, quando questi ha bisogno di risposte dallo Stato.

Quella del lavoro a casa, non c’è dubbio, è una soluzione che in molte circostanze può funzionare. Anche quando il Covid-19 sarà uscito di scena tante imprese continueranno, almeno in parte, a utilizzare questo modello organizzativo che permette ai dipendenti di risparmiare tempo e alle aziende di ridurre gli oneri delle locazioni. Per giunta, una buona organizzazione non è tanto interessata al tempo che il dipendente passa in azienda (dove si può fare anche poco o nulla), ma ai risultati ottenuti da ogni lavoratore e dal contributo che apporta.

Uno dei protagonisti del boom italiano, l’imprenditore Virgilio Floriani (che dal nulla creò Telettra) era contrario all’idea d’introdurre il cartellino delle presenze. Essendo stato per anni un dipendente, sapeva che quello che conta è ciò che fai, e non già il tempo che trascorre tra quando entri in azienda e quando ne esci. La sua tesi era che se si controllano i minuti passati in fabbrica si è già preso atto di non sapere valutare se il lavoro compiuto è di qualità.

Tutti i modelli organizzativi dovrebbero focalizzarsi su questo, ma è chiaro che il sistema di incentivi del settore privato e di quello pubblico sono assai diversi. Come recita il proverbio, «l’occhio del padrone fa ingrassare il cavallo». Ed è per questo motivo che entro un’impresa che vive di profitti il sistema delle deleghe punta proprio a dotare il proprietario di un’ampia capacità d’intervento.

Nel pubblico, però, non vi è nessun padrone che abbia un interesse al funzionamento dell’apparato. In linea teorica tutti noi, in quanto cittadini, saremmo «cotitolari» di questo o quell’ufficio, ma proprio un simile frazionamento è tale che pochi cittadini sono davvero interessati a fare sentire la propria voce e spesso neppure viene loro riconosciuta la facoltà di farlo.

Le cose sono abbastanza diverse in una realtà come quella elvetica, ma perché lì le dimensioni sono molto piccole e quindi anche il settore pubblico è costantemente sotto il vaglio di quelle poche centinaia o migliaia di persone che, con le imposte locali, finanziano il servizio. Ma noi non abbiamo cantoni, né bilanci autonomi, né autonomia fiscale, ed è per questo che è ben fondato il timore che lo smart working possa rendere ancora meno efficiente un apparato pubblico già ora in pessime condizioni.

Carlo Lottieri, Il Giornale 30 luglio 2020