Luci e ombre della manovra

Luci e ombre della manovra

Stravolgere o persino cancellare il reddito di cittadinanza non è semplice. Ma i sussidi vanno ripensati, partendo dai dati. E quelli del Rdc non sono incoraggianti. L’analisi di Veronica De Romanis.

La prima manovra di bilancio dell’era Draghi vale circa 24 miliardi. Una buona parte delle risorse (a debito) servirà a tagliare le tasse. Si tratterebbe di uno stanziamento di circa otto miliardi di euro. Una decisione che mette tutti d’accordo. Su altri temi trovare un compromesso e stato più difficile. Soprattutto per quelli che hanno natura identitaria per le forze politiche. Tra questi, vi è la riforma delle pensioni.

Quota 102?

Quota 100 è stata (finalmente) archiviata. Ma lascia in eredita un costo (sempre a debito) di oltre trenta miliardi e uno scalone di cinque anni. Tornare alla situazione precedente non è un’opzione. Almeno non per la Lega. Eppure con i nostri tassi bassi di natalità e di occupazione sarebbe l’unica possibile. La soluzione scelta è Quota 102. Aspettiamo i dettagli.

Sussidi

Più facile, invece, il confronto sul reddito di cittadinanza, misura cavallo di battaglia del Movimento 5 Stelle. “Se certe tensioni sociali non si sono sviluppate è proprio grazie a questo strumento, così profondo di sostegno al reddito” ha di recente sostenuto il ministro dell’Agricoltura Stefano Patuanelli a proposito della revisione del Reddito di Cittadinanza. A suo avviso non c’è bisogno di un cambiamento radicale. Immaginare di inserire dei correttivi è certamente possibile. Ma l’impianto di base non deve essere toccato.

Reddito cittadinanza, sempre più percettori

Effettivamente, stravolgere o persino cancellare il sussidio cavallo di battaglia del Movimento 5 Stelle non sarebbe neanche semplice. Come spesso avviene con le misure che distribuiscono risorse, una volta introdotte, esse seguono un percorso autonomo. Difficile da interpretare. E, da fermare. Lo dimostra la dinamica stessa del reddito di cittadinanza. Sempre in costante crescita, sia per numero di nuclei interessati sia per importo mensile. È sufficiente analizzare i recenti dati Inps per rendersene conto. In questi due anni, la platea dei beneficiari è aumentata quando la pandemia non c’era (tra aprile 2019 e febbraio 2020, il numero di nuclei percettori è passato da 512mila a 837mila), quando la pandemia era in corso (tra marzo 2020 e marzo 2021, il numero dei nuclei è passato da 906mila a 1 milione 152mila) e anche quando la situazione economica ha iniziato lentamente a normalizzarsi. A fine agosto, i beneficiari superavano 1 milione 224mila con un assegno medio di 576 euro, dieci per cento in più rispetto all’importo iniziale. Una platea sempre più vasta e generosa non necessariamente è un segnale positivo. C’è, infatti da chiedersi se i percettori dell’assegno sono davvero quelli più bisognosi. Purtroppo, non è sempre così. Solo per fare qualche esempio, il sussidio medio previsto per una famiglia con tre figli è pari a 673 euro di poco superiore a quello destinato a un single (604 euro).

Quei dati ignorati

C’è, poi, un problema di ripartizione geografica. Su 1224mila nuclei oltre 774mila sono al Sud. Eppure, la povertà è aumentata maggiormente al Nord (le famiglie in condizioni di povertà assoluta nel 2020 erano pari al 7,7 per cento, di cui 47% al Nord e 38,6% al Sud). Alla luce di questi numeri, è chiaro che diversi parametri andranno rivisti. Un punto su cui anche i pentastellati concordano. In realtà, oltre a nuovi criteri ci sarebbe bisogno – anzitutto – di un nuovo metodo. Basato sui dati. E non si dica che non erano disponibili quando il reddito di cittadinanza fu introdotto nel marzo del 2018. Già all’epoca, si sapeva che solo un terzo delle persone era occupabile (dati Anpal). Eppure, si è parlato solo di navigator (che non esistevano) e delle incredibili opportunità di lavoro (che non c’erano).

Si sapeva dell’inefficienza dei centri per l’impiego. Eppure, non si è sentito il bisogno di implementare nessuna riforma: si è dovuto aspettare il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) per iniziate a prevedere qualche cambiamento. Con i soldi europei. Si sapeva che il costo della vita al Sud a inferiore a quello del Nord. E, che gli stranieri sono in media più poveri degli italiani. Si sapeva, infine, che la definizione di congruità avrebbe lasciato ampi margini di discrezionalità per non accettare le (eventuali) offerte di lavoro. Insomma, che il reddito di cittadinanza aveva alte probabilità di trasformarsi in un sussidio permanente non era difficile da prevedere. Nonostante ciò, l’allora Conte 1 decise di attuarlo in fretta e furia. A ridosso del voto europeo. Per massimizzare il consenso elettorale di una parte politica. Ai cittadini fu chiesto un vero e proprio un atto di fede. Basato sulla promessa fatta dall’allora Ministro del Welfare Luigi Di Maio di “abolire la povertà”.

Spendere al meglio risorse limitate

È chiaro che un simile approccio non può essere replicato. Del resto, è assai improbabile che lo stesso Di Maio possa ripetere oggi, in veste di Ministro degli Esteri, una simile frase. Sarebbe quantomeno più diplomatico. Il metodo che andrebbe seguito – questa volta – e quello del PNRR. Per accedere alle risorse europee, gli Stati devono presentare delle valutazioni d’impatto. Quindi, delle stime dei risultati attesi. Nel caso specifico del reddito, ad esempio, andrebbero fomite stime dei guadagni in termini occupazionali. Insieme all’impatto, andrebbe calcolato anche il costo opportunità. Ossia l’utilizzo alternativo che si potrebbe fate delle risorse destinate a una determinata misura.

Del resto, non basta spendere per fare bene. Bisogna spendere al meglio risorse che sono limitate e scarse. Un criterio troppo spesso assente nelle scelte di politica economica. Basti pensare a due misure come il bonus 110 percento e l’assegno unico universale.

Veronica De Romanis, La Stampa 20 ottobre 2021