Martino: “Al centrodestra mancano leader e classe dirigente”

Martino: “Al centrodestra mancano leader e classe dirigente”

In questa intervista, l’ex ministro dei governi Berlusconi analizza la situazione politica attuale, senza risparmiare Meloni e Salvini. E sulle amministrative di Roma fa capire per chi voterà…

Antonio Martino, tessera numero due di Forza Italia, un’amicizia con Silvio Berlusconi di lungo corso ma coltivata con spirito critico e tanto humour, non ha dubbi: «Le potrei parlare delle virtù di Silvio per le prossime due ore, ma conosco i suoi limiti: quasi mai ha saputo scegliere le persone e non ha mai coltivato una successione degna di questo nome. Ma al tempo stesso dobbiamo prendere atto che né Giorgia Meloni né Matteo Salvini hanno la stoffa del leader: nessuno dei due lo vedrei come presidente del Consiglio di un nostro governo, di un governo di centro-destra».

Classe 1942, ministro della Difesa e degli Esteri nei governi Berlusconi, «semplicemente liberale» come si definisce lui, da tre anni ha lasciato il Parlamento ma è sempre in palla, distilla battute agrodolci, discetta di «calcolo di probabilità oggettiva e soggettiva» a dispetto delle dodici sigarette al giorno e scoppia a ridere quando fa i conti: «In tutta la vita sa quante ne ho fumate? 260 mila!».

Si vota in cinque grandi Comuni e i partiti del centrodestra si sono spartiti i candidati, spesso rinunciando a personalità competitive e privilegiando le quote: lei a Roma voterà per Enrico Michetti?

«Non conosco i candidati… per legittima difesa non leggo i giornali…».

Fuor di battuta?

«Se ci fosse stato Guido Bertolaso, avrei votato per lui».

Par di capire che voterà per Carlo Calenda?

«Voterò per il più simpatico!»

Il centrodestra può contare ancora sulla maggioranza delle intenzioni di voto, ma sembra senza guida?

«Ma questo appartiene anche alla responsabilità di Berlusconi. Silvio ha un grosso difetto: quasi sempre sbaglia nella scelta delle persone. Prenda i presidenti delle Camere: Pivetti, Casini, Fini. Quando ha fatto una scelta oculata, quella di Marcello Pera, poi non è stato conseguente. Ma l’errore più serio è stato un altro…».

Sarebbe a dire?

«Non ha coltivato una classe dirigente capace di rilanciare la sua politica».

A Palazzo Chigi confidano che i tre ministri di Fi sono tra i più affidabili e capaci… «Prendiamo il vice di Berlusconi a Forza Italia: Antonio Tajani è una persona perbene, ma gli italiani lo identificano con l’Europa, che non è in cima ai loro migliori pensieri».

Per ora il consenso popolare, a destra, premia Giorgia Meloni: le sembra che abbia il passo da futura presidente del Consiglio?

«Con lei ricordo uno scontro quando era ministra per le Politiche giovanili. Lei caldeggiava un provvedimento a favore delle “comunità giovanili” (associazioni di persone di età sotto i trent’anni), intervenni per ricordare che non è ammissibile chiedere ai cittadini di mettere le mani al portafogli, riducendo le risorse destinate alle finalità essenziali dello Stato per poi dilapidare denari in provvedimenti della cui non dico utilità, ma addirittura serietà, è lecito dubitare. Avemmo uno scontro in Parlamento, il provvedimento non passò e lei mi mandò a quel paese».

Mai più vista?

«No, no! Sono andata a trovarla di recente. Ci siamo parlati in modo rilassato. Una donna intelligente sbaglia chi la sottovaluta o la criminalizza seguendo vecchi stereotipi. A tu per tu le ho detto: Giorgia sei maturata».

Le ha detto: Giorgia sei la leader di tutti noi?

«No, perché non mi pare che abbia la stoffa, un domani, per assumere la guida del governo del Paese. Ha notevoli doti organizzative che torneranno utili».

Le pare che Salvini potrebbe guidare un Paese del G7?

«No. Ho conosciuto bene Umberto Bassi: era un “seIvaggio” e anche un po’ razzista e Salvini, a dispetto di quel che dicono i suoi avversari, non è razzista. Ma anche lui non può fare it cape del governo. Potrei dirlo con una battuta: non ha la “faccia” del leader».

Il capo della destra al momento non c’è?

«No e anche se non so se augurarmi un governo solamente di centrodestra, penso al Pd e ad Enrico Letta e divento un estremista di destra».

Fabio Martini, La Stampa 1° ottobre 2021