Martino: “Altro che statalismo di ritorno, l’economia andrebbe liberalizzata”

Martino: “Altro che statalismo di ritorno, l’economia andrebbe liberalizzata”

Stati generali, Recovery Fund, patrimoniale, governo, task force, Alitalia, Coronavirus e altro ancora: parla l’ex ministro ed economista Antonio Martino. Intervista  di Federico Novella per La Verità.

«Non ho mai visto una classe politica così mediocre. E non sono sicuro che andremo migliorando. L’unica certezza è che ogni legislatura è peggiore della precedente, e migliore della successiva». Mentre il governo celebra iI suo festival degli Stati generali, il professor Antonio Martino, ex ministro degli Esteri e della Difesa, pur rassegnato non rinuncia al suo proverbiale humor.

Non è stato invitato a Villa Pamphili? È presente persino la troika.

«Non sono stato invitato, e non me ne dolgo. E francamente non ho neanche capito bene di che cosa si tratta. Sono felicemente in pensione, e sto cercando di imparare a non fare niente. E un’arte che richiede studi scientifici approfonditi, lo sa?

Questa kermesse economica è soltanto una passerella mediatica?

«Ho smesso di farmi domande su questo governo indecente. Ho stima solo per il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini: gli altri non sono qualificati neanche per fare i netturbini»

La tocca piano anche stavolta.

«Non riesco ancora a credere che Luigi Di Maio sieda alla stessa scrivania di Carlo Sforza e di mio padre. Erano persone che avevano qualcosa da dire: lui non dice nulla, non conoscendo l’italiano. È il governo peggiore dai tempi di Nerone: con la differenza che Nerone almeno varò un rinnovamento urbanistico, sebbene un po’ drastico».

Si moltiplicano i «piani di rinascita». Lei come spenderebbe i 170 miliardi del Recovery Fund?

«Prima facciamoci una domanda: questi soldi ci sono davvero? Io non li vedo. Sento parlare di fantasmagoriche masse di denaro che il governo distribuisce a tutti, anche a quelli che non ne vogliono. Ma qualcuno ha ricevuto una lira? Sono quacquaraquate.

Ma i bonus per la famiglia, per le partite Iva, gli aiuti per le imprese?

«Ma per piacere. Diamo quattro soldi a pioggia che costano miliardi allo Stato e non risolvono nulla. E una politica demenziale. Un furto ai danni dei privati che con le tasse finanzieranno questa elargizione.

Che fine farà il carteggio vergato dalla task force di Vittorio Colao?

«Chi comanda si inventa una selva di comitati, una pletora di inutili agenzie statali con l’unico scopo di nascondere la triste verità: non sanno governare».

In realtà tra le proposte c’è quella di tassare il contante al bancomat, una sorta di anticipo fiscale per favorire i pagamenti elettronici. Che ne pensa?

«Un’iniziativa che avrà una sola conseguenza: scatenare il terrore tra i correntisti. Un’ idea che mi ricorda il prelievo forzoso dai conti correnti, effettuato in illo tempore da Giuliano Amato: un altro che non capisce un tubo di economia.

Il ministro Gualtieri si è affrettato a escludere una patrimoniale. Si fida?

«Quando una persona di cui non mi fido dice una cosa giusta, sono portato a dubitare della sua sincerità».

Dunque lei che cosa proporrebbe per rianimare la macchina economica?

«L’unica cosa da fare subito è liberalizzare le restrizioni all’attività produttiva: sia quelle introdotte sull’onda della paura del virus, sia quelle precedenti. Insomma, fare ripartire gli imprenditori. Accettiamo le lezioni del passato.

Cioè?

«Dopo la guerra, il Veneto era molto più povero della Sicilia. Oggi, il Veneto abbandonato a se stesso è diventato un modello europeo. Invece la Sicilia, affidata e amorevoli cure della Cassa per il Mezzogiorno e della Regione a statuto speciale, è senza speranza».

Insomma, teme anche lei il ritorno dello statalismo galoppante? Romano Prodi auspica che lo Stato diventi azionista per difendere le imprese, e oggi chiede decisioni immediate.

«Mi faccia la cortesia di non citarmelo, altrimenti mi viene l’iperacidità. È stato nominato professore ordinario di economia politica per aver scritto un saggio sul mercato delle piastrelle di Sassuolo. L’uomo che combinò questa nefandezza, Beniamino Andreatta, vergognandosene, non consentì mai a Prodi di dargli del tu. Il resto è storia: lui stesso ammise che l’Iri fu il suo Vietnam».

Ma intanto sull’Ilva il ministro Patuanelli non esclude la nazionalizzazione. E questo dopo che abbiamo salvato Alitalia a suon di miliardi.

«Più che nazionalizzata, Alitalia andrebbe bombardata: se l’aeronautica militare facesse decollare dei C-130 e facesse fuori tutta la flotta, farebbe un regalo alla patria. Alitalia è sempre stata in perdita e lo sarà sempre, e vuole i nostri soldi per tirare a campare. La verità è che, non potendo più praticare tariffe da usura, non ha più ragione di esistere».

L’Europa litiga su come uscire dall’emergenza. I «Paesi frugali» vogliono ritoccare al ribasso il piano di aiuti. Si aspettava più solidarietà?

«Sono profondamente europeista. L’Europa unita all’inizio parlava italiano: nel ’55 la conferenza di Messina, poi i trattati di Roma. Nel sogno dei fondatori, tra cui mio padre Gaetano, l’integrazione economica doveva essere il viatico dell’unità politica. Oggi quello spirito è stato tradito. Perché il fiscal compact? Perché l’intrusione dell’Unione nelle politiche di bilancio degli Stati?».

Siamo alle prese con una crisi di leadership?

«Quando si celebrò l’anniversario dello sbarco in Normandia, vedevo i leader attuali e rimpiangevo Adenauer, De Gaulle ed Eisenhower. I leader non nascono tali, ma lo diventano anche grazie alle circostanze. Senza Hitler, Winston Churchill sarebbe stato un discreto storico e un mediocre pittore».

Questa crisi sanitaria non è forse come una guerra mondiale?

«Questo virus è statisticamente insignificante. Saranno morte poche centinaia di migliaia di persone su 6 miliardi di abitanti del pianeta».

Osa sostenere che senza lockdown avremmo avuto meno vittime?

«No, ma le vittime sarebbero state comunque molto meno di quelle che muoiono quotidianamente attraversando la strada. Che facciamo, vietiamo il traffico automobilistico? A far danni non è stato il virus, ma la paura del virus».

Pensa davvero sia stato un abbaglio collettivo?

«Questi imbecilli, per paura di un virus innocuo, hanno bloccato l’economia del mondo. Risultato? Andiamo verso una recessione che colpirà i redditi di miliardi di persone. Prepariamoci ad affrontare una fiammata di iperinflazione in Europa, perché questi signori continuano a pompare denaro in un’economia decadente. Sì, il rimedio è peggiore del male».

Dunque, un eccessivo allarmismo?

«Ancor peggio della paura è stato l’ottuso conformismo dei media. Nemmeno il Wall Street Journal, che in genere dice la verità, ha voluto contestare le versioni ufficiali. Il povero professor Giulio Tarro, messinese, professore emerito di virologia a Napoli, ha provato a dire la verità: lo hanno massacrato».

Onorevole, le daranno del negazionista…

«Quello che dice la gente a me non importa. Per sapere se una proposizione è vera o falsa non conta il numero di persone che ci crede. La democrazia non è prova di verità: Cristo fu condannato da un voto democratico».

Ma avevamo le terapie intensive che esplodevano…

«Degli ospedali pieni ne ho le scatole piene. La spagnola fece 50 milioni di morti, ma essendo in guerra non se ne parlò. Se fosse esploso il panico, i morti si sarebbero moltiplicati».

Si sta schierando contro la quasi totalità della comunità scientifica.

«Io odio la comunità scientifica. Tutti i cosiddetti saggi prima di Galileo pensavano che la terra fosse al centro dell’universo. La scienza di oggi sarà l’eresia domani: il progresso delle idee fa sì che quelli che oggi chiamiamo scienziati, domani verranno considerati zappatori falliti».

Alle ultime elezioni per la presidenza della Repubblica, per qualche ora venne dato come papabile. Sarebbe stato spassoso vederla al Quirinale.

«Mi sarei divertito molto. Ma quando mi chiesero quale sarebbe stato il primo atto da presidente, io risposi come un citrullo: le dimissioni». (Risata)

Perché nel 1994 non accettò la poltrona di ministro delle Finanze?

«Chiesi consiglio al mio maestro Milton Friedman: mi disse di accettare compromessi sui dettagli ma non sui principi. Mi dimenticai di chiedergli la differenza tra gli uni e gli altri. Ma sapevo che con un ministero economico avrei distrutto la mia credibilità. Quindi andai da Berlusconi e chiesi gli Esteri. Lui mi domando il perché, e io risposi: perché il ministero è vicino a casa mia, e ha un bel posteggio».

Tornerà nell’arena politica?

«Figuriamoci. Ho 78 anni e sono diventato quasi sordo. Credo sia una reazione di legittima difesa dopo 25 anni in Parlamento. Non li sopporto più».

Lei è un profondo conoscitore della cultura americana: che effetto le fa vedere decapitate le statue di Cristoforo Colombo, associate al passato coloniale e razzista dei Paesi occidentali?

«Questo movimento altro non è che una manifestazione di pazzia generalizzata. Come diceva il mio professore al liceo, l’umanità si avvia lentamente ma inesorabilmente verso la follia».

Federico Novella, La Verità 15 giugno 2020