Martino: “Senza la Gran Bretagna sarà un’Europa meno libera”

Martino: “Senza la Gran Bretagna sarà un’Europa meno libera”

L’economista ed ex ministro della Difesa individua cause e conseguenze della Brexit.

Pronunci la parola Brexit e lui sospira: «Per l’Italia sarà un bel guaio». Antonio Martino, ministro degli Esteri e poi della Difesa con Berlusconi, parlamentare per sei legislature, scandisce le parole: «Gli inglesi bilanciavano in qualche modo l’asse franco-tedesco».

Adesso?

Ora saremo più deboli davanti allo strapotere di Berlino.

Che cosa ha spinto la Gran Bretagna ad andarsene?

Il grande errore di questa Europa.

Quale?

Confondere l’unità con l’uniformità.

In pratica?

Negli Usa a nessuno viene in mente che tutte le macchine debbano avere targhe uguali.

Ogni Stato fa come gli pare?

Esatto. Da noi, invece, la Ue ha imposto regole comuni rigidissime. Una follia.

Ma Londra era già fuori dall’euro e dal trattato di Maastricht. Non era sufficiente?

Gli inglesi hanno un’identità molto marcata e non sopportano che dei signori in poltrona a Bruxelles decidano come devono comportarsi a casa loro.

Ma così non finisce l’Europa?

Al contrario. L’Europa avrà un senso quando si occuperà delle tre cose fondamentali per tenere insieme un Paese: politica estera, difesa, libertà nel commercio interno.

Tutto il resto?

Non è decisivo. Negli Usa, ci sono Stati che hanno la pena di morte e altri che l’hanno bandita, Stati virtuosi e altri che hanno bilanci zoppicanti, ma nessuno si sogna di imporre da Washington un fiscal compact.

La Gran Bretagna non aveva sulla testa i vincoli fiscali che ingabbiano l’Italia.

Non importa. Io credo che gli inglesi ora si sentano più liberi. E poi attenzione a non sottovalutare il loro nazionalismo.

Più radicale di quello francese?

Quello francese è più esibito, ostentato, gridato, ma gli inglesi dietro le loro facce impassibili hanno convinzioni incrollabili. Ancora di più se, come è successo, i tedeschi trattano l’Europa come una loro colonia.

Addirittura?

Sa cosa disse un giorno mio padre Gaetano, che fu ministro degli Esteri negli anni Cinquanta con Scelba, al leader liberale Giovanni Malagodi?

Ce lo sveli.

Papà gli spiegò che i tedeschi hanno molte virtù e pochi difetti, ma un paio di volte in un secolo mettono le virtù al servizio dei difetti.

Un vero complimento.

Un leader della sinistra tedesca, non italiana o inglese, Joschka Fischer, è andato anche oltre: “Due volte in un secolo i tedeschi hanno distrutto l’Europa, ora si apprestano a farlo per la terza volta”.

Si riferiva alla Grecia.

Per salvare le banche tedesche e francesi, che avevano in pancia montagne di titoli greci, hanno spolpato Atene.

Per questo servivano gli inglesi?

Londra bilanciava l’egemonia franco tedesca. Ma la diffidenza inglese viene da lontano.

Dalla storia e dalla geografia.

Mio padre invitò anche gli inglesi alla conferenza di Taormina nel 1954. Si studiava un’Europa della difesa comune che poi fu bocciata da Parigi su pressione dei socialisti. E che infatti non si è mai fatta, perché sul punto nessuno vuole cedere: col risultato che i Paesi europei spendono la metà degli Usa in armamenti ma hanno una potenza militare che è forse il 10 per cento di quella americana.

Gli inglesi?

L’ambasciatore venne a Taormina con un’auto che lasciò me, bambino, a bocca aperta.

In conclusione?

Gli inglesi si sfilarono.

L’Europa è sempre stata una costruzione difficile.

I padri fondatori capirono che il continente non era pronto per l’unità politica e iniziarono dall’economia. Consapevoli che gli scambi commerciali avrebbero favorito la pace. Dove non passano le merci passano le armi.

Poi?

Purtroppo l’Europa si è avvitata in questa mania regolatoria.

Qualcun altro seguirà gli inglesi?

La breccia è aperta. Altri potrebbero infilarsi nel varco.

Da dove ripartirà l’Europa?

Gli americani hanno una Costituzione chiara e semplice che sta su un foglio A4, fronte e retro.

Noi?

Abbiamo la Carta di Lisbona, migliaia di pagine piene di farneticazioni che nessuno ha letto. È arrivato il momento di scrivere una Costituzione dell’Europa. Pochi articoli e un pugno di concetti per non darla vinta agli euroscettici e attribuire finalmente un’anima a un’Unione in ritardo sulla storia.

Stefano Zurlo, Il Giornale 31 gennaio 2020