Nella guerra di Popper al totalitarismo una profezia del presente

Nella guerra di Popper al totalitarismo una profezia del presente

A 75 anni dall’uscita, “La società aperta e i suoi nemici” resta un testo di riferimento. Alessandro De Nicola ci dice perché.

Poche settimane fa, l’8 maggio, l’Europa ha celebrato il 75° anniversario dalla fine della Seconda guerra mondiale. Dal punto di vista della storia delle idee, il 1945 è anche l’anno di pubblicazione di uno dei libri di filosofia politica più influenti del XX secolo che ancora oggi è un testo di assoluto riferimento. Stiamo parlando del lavoro di Karl Popper La società aperta e i suoi nemici, definito dall’autore come il suo «sforzo bellico» contro il totalitarismo.

Popper fino al 1944 era conosciuto per i suoi importanti contributi di filosofia della scienza. Tra cui La logica del pensiero scientifico che introdusse il principio della falsificabilità per verificare la solidità delle teorie scientifiche. In polemica con il Circolo di Vienna, che propugnava la verificabilità della scienza, Popper sosteneva che il massimo che si può fare è confutare una teoria scientifica che può essere provata falsa ma mai definitivamente vera. La scienza avanza per «congetture e confutazioni», per tentativi ed errori, e quindi lo scienziato deve sempre essere aperto a possibili punti di vista diversi dal proprio, poiché ogni sua scoperta ha una validità provvisoria.

Questa concezione è alla base dei convincimenti politico-filosofici di Sir Karl che sono contenuti nei due libri Miseria dello storicismo e La società aperta e i suoi nemici, pubblicati rispettivamente del 1944 e nel 1945 mentre Popper insegnava in Nuova Zelanda dopo aver lasciato la natia Austria. La tesi fondamentale è che solo in una società aperta si possono esercitare le stesse virtù dello scienziato per cercare di risolvere pragmaticamente i problemi politici e sociali. E le istituzioni che lo permettono sono quelle tipiche delle società liberali e democratiche che bisogna, appunto, difendere dai loro nemici.

I tre campioni del totalitarismo sono identificati in Platone, Marx e Hegel (anche se quest’ultimo è descritto come un fumoso mistificatore non all’altezza degli altri due). Platone, con il suo ideale di Repubblica dei filosofi, società perfetta, statica, non migliorabile, gerarchica, nemica delle arti e dell’innovazione che si ispira alla costituzione di Sparta. Marx, con il suo determinismo storico che dipinge la storia umana come uno sviluppo inevitabile verso la società comunista. Tutti questi filosofi omettono di considerare che la società umana è imprevedibile e che qualsiasi piano si creda di poter attuare va incontro inevitabilmente a eterogenesi dei fini, imprevisti e cigni neri che rendono impossibile identificare una «legge inesorabile dello sviluppo storico».

Popper non nega che le scienze sociali possano scoprire l’equivalente di leggi, dotate cioè della caratteristica della ripetitività e costanza nel tempo: ad esempio, la legge della domanda e dell’offerta governa le economie di mercato, ma questo non ci dice se l’umanità deciderà o meno di tentare di sopprimere l’economia di mercato. Sir Karl è addirittura profetico quando ammette che possano esistere dei trend storici, ad esempio verso maggiore libertà o eguaglianza, ma che essi sono sempre dipendenti da certe condizioni: cambiano le condizioni e il trend può saltare in aria.

Una tendenza verso più libertà potrebbe essere ribaltata dallo scoppio di una pandemia (!) o dall’emergere di nuove tecnologie che facilitano regimi autoritari (!!). L’approccio di Popper anche alla forma democratica di governo non è ingenuo. Percependo i pericoli che la demagogia e l’egalitarismo possono far emergere (qui si vede la lezione di Tocqueville e degli stessi Greci), il filosofo austriaco non assegna alla democrazia la funzione di selezionare i migliori, ma di fare in modo che, anche quando vanno al governo i peggiori, i danni che sono in grado di perpetrare siano limitati in quanto possono essere sostituiti pacificamente. La politica non deve mirare a render «felici» i cittadini, ma a ridurre le sofferenze universalmente riconosciute come tali, come guerra, povertà, oppressione, malattie.

Una visione che giustamente si autodefinisce razionalismo critico e che nell’era del populismo e dello statalismo montante costituisce un baluardo non solo logico ma persino morale contro la società chiusa.

Alessandro De Nicola, La Stampa 3 giugno 2020