Orsina: Perché la democrazia liberale si è ammalata

Orsina: Perché la democrazia liberale si è ammalata

Il politologo Giovanni Orsina indaga sulla crisi di alcuni architravi della nostra civiltà. Un modo per fare i conti con le nostre speranze, le nostre paure e su come sta cambiando la percezione del mondo.

Maledetto Occidente. Così vecchio, così fragile, così imperfetto, così ingiusto, che in troppi si affannano a sputargli addosso. L’Occidente raccontato con i suoi vizi e senza virtù. Non è più questo, dicono, il migliore dei mondi possibili. Sembra di stare alla fine di un tempo, con la civiltà dove sei nato e cresciuto che giorno dopo giorno si sfarina, rinnegata e messa alla gogna. La sicurezza, sostengono, vale più della libertà. Le stesse élites democratiche rinnegano la democrazia: non si può lasciare spazio a chi vota con le viscere e senza ragione.

Quelli che invece non credono nella democrazia rivendicano la dittatura della maggioranza. Il numero cancella i diritti inalienabili dell’umanità. Tutto il discorso politico finisce in piazze virtuali e contrapposte, dove ogni parola è bianco o nero, nel gioco binario dell’uno e dello zero, senza possibilità di incontro, perché il gioco è a chi grida più forte e il Parlamento è uno spazio vuoto e senza voce. La promessa di un mondo più giusto, dicono puntando l’indice, è stata tradita. L’Occidente è diseguaglianza. Abbattere tutto. È il punto di rottura di un modello, quello Occidentale, quell’anomalia della storia che poggia su tre pilastri: libertà individuale, mercato, democrazia.

E ti chiedi, in questi giorni di fine estate, davanti a un autunno incerto, se questo odore di disfacimento che senti sia davvero reale o è solo disillusione, paura o la malinconia di chi si sente invecchiare. Non lo fai da solo, ma chiacchierando con un vecchio amico, uno che di mestiere fa lo storico, docente alla Luiss, la stessa università dove tutti e due avete studiato. Si chiama Giovanni Orsina: «La libertà e la democrazia sono due maniere straordinarie di organizzare la vita umana e sono infinitamente più civili della non libertà e della non democrazia, ma restano delle soluzioni umane che in quanto tali sono altamente imperfette».

E fragili.

«Molto. Si reggono su un equilibrio instabile. Sono in conflitto l’una con l’altra»

Perché?

«Il massimo di autodeterminazione degli individui porta necessariamente a una comunità molto debole. Più gli individui si fanno gli affari loro meno la comunità riesce a funzionare».

Libertà e democrazia sono quindi in contraddizione l’una con l’altra, Come si trova l’equilibrio?

«Sono due valori entrambi buoni, ma non li puoi massimizzare entrambi. La liberal-democrazia può funzionare se la prendi come una soluzione parziale, provvisoria e se sei in grado di tollerarne le imperfezioni. Questo concetto i padri della democrazia liberale ce l’avevano chiaro. Basta leggere Tocqueville. Aveva capito tutto 180 anni fa».

E adesso?

«Vedo un sacco di gente rancorosa e incazzata. La trovi ovunque, perfino in chiesa. Si è perso anche il concetto di tolleranza cristiana. Nessuno è più disposto a perdonare. Una volta essere adulti significava riconoscere l’imperfezione dell’universo. Ora tutti pretendono giustizia assoluta».

È, risponderebbero i malmostosi, una pretesa umana.

«È disumana. L’idea di giustizia può essere riassunta in un fatto: la necessità di migliorare questo mondo. Se il mondo ha una giustizia pari a 5, io spero che quando morirò, lascerò una giustizia pari a 5,00001. Se sono sempre incacchiato perché pretendo giustizia 100 e invece c’è giustizia 5, allora sono un cretino».

La liberal-democrazia si sta ammalando di assoluto.

«Se nella democrazia liberale inietti il perfettismo, cioè l’idea che siccome Dio è morto bisogna costruire il paradiso in Terra, tu la sfasci. Perché tu la forzi, la metti in contraddizione con sé stessa, la rendi non umana e rischi di far saltare il giocattolo. È quello che sta succedendo e non è la prima volta».

Come è saltato l’equilibrio?

«Per contenere la democrazia ci siamo inventati una serie di istituzioni per evitare che il popolo prendesse decisioni avventate o senza senso: la Corte costituzionale, costituzioni rigide, indipendenza del potere giudiziario, indipendenza della banca centrale, le authority, il Fondo monetario internazionale, l’integrazione europea. Una serie di limiti per evitare che il popolo si lasciasse tenta-re da scelte sciagurate».

 Invece a deragliare sono stati i «saggi».

«Purtroppo sì. Questa roba è andata troppo avanti. Tutti questi elementi di contro bilanciamento al potere degli elettori si sono moltiplicati fino a diventare una malattia. La democrazia è stata svuotata. Il paradosso è che ora non si crede nel Parlamento, ma si ritiene che sia legittimato a parlare solo chi occupa uno straccio di carica elettiva. Cosa dicono Salvini e Di Maio a Ignazio Visco, governatore della Banca d’Italia? Stai zitto. Se vuoi parlare fatti votare».

Ed è sbagliato?

«Il rischio è che si arrivi a una dittatura della maggioranza. Se ho i150 più uno dei consensi posso rinnegare i principi liberali e calpestare perfino i diritti individuali».

Fa bene allora il sistema a difendersi dal populismo.

«No, se rinnega la democrazia. Il populismo è la reazione a un eccesso di vincoli. È il frutto di un tradimento. Diciamoci la verità: quanto è contato il voto degli italiani in questi anni? Poco. Se sono un elettore frustrato e le decisioni vitali per me le prendono istituzioni che non ho eletto mi incacchio parecchio. Ho ragione o non ho ragione? L’elettore che pensa di non contare nulla sceglie Salvini, o chi per lui, come incarnazione dei senza voce».

Tutto questo fa pensare a una vecchia storia della democrazia americana. Siamo all’inizio dell’Ottocento e si sfidano due mondi contrapposti per la presidenza. C’è John Quincy Adams, figlio d’arte, che è il campione delle élites e il generale Andrew Jackson incarnazione dell’americano medio. D’istinto viene da stare con l’uomo del popolo, solo che è stato un presidente disastroso: ha sterminato gli indiani e lasciato gli Stati Uniti sul lastrico.

«C’è però anche il rischio contrario».

Cioè?

«La democrazia temperata dall’aristocrazia è un modello che funziona. Ma a una condizione».

Le élites non devono essere marce.

«È quello che spiega nel 1929 José Ortega y Gasset in La ribellione delle masse. È l’aristocrazia cieca che genera il desiderio di populismo. Come liberali qui dobbiamo fare un grandissimo mea culpa. Siamo di fronte a classi dirigenti economiche, politiche e sociali sempre più arroganti, sempre più autoreferenziali, sempre più chiuse. C’è un’élites che non capisce più il popolo. Mi capita sempre più spesso di ritrovarmi a cena con persone del mio mondo, intellettuali, professori, politici, giornalisti, che sembrano vivere sulla luna. Non hanno più alcun contatto con la realtà. Come quando dicono che l’immigrazione non è un problema. Lo sai come mi sento?

Non si fatica a immaginarlo.

«È come sedersi a tavola con Maria Antonietta poco prima del 14 luglio del 1789».

Quanto la globalizzazione ha cambiato il canone?

«Ha accelerato molto dei processi. Ha reso infondato quel canone. Con la globalizzazione metti a confronto tutte le culture e quel punto ti accorgi che tutto è terribilmente relativo. Se parti dall’assunto che non esistono valori eterni e tutto è relativo, tu cadi dentro un relativismo radicale al termine del quale c’è il nichilismo».

Cosa verrà dopo?

«Ci possono essere tante cose. Un modello autoritario alla cinese o le tentazioni di democrazia illiberale di Putin e affini. Mi viene in mente l’ascesa di un autoritarismo tecnocratico, gestito da oligarchie sempre più politicamente corrette».

E noi?

«Tu ed io? Resteremo in silenzio».

Vittorio Macioce, Il Giornale 1° settembre 2020