Perché mercato e proprietà privata fanno bene alla società

Perché mercato e proprietà privata fanno bene alla società

Papa Francesco, la società aperta e il liberismo: Lorenzo Infantino conversa con Pietro di Muccio De Quattro, professore di Dottrine e istituzioni politiche sull’enciclica Fratelli tutti.

Con la sua recente enciclica, Fratelli tutti, Papa Francesco ha rivolto delle severe critiche alla libertà economica e alla società di mercato. Sono temi che investono la vita di ognuno di noi. Lorenzo Infantino, professore di Filosofia delle Scienze Sociali alla Luiss Guido Carli, ha dedicato a tal i temi gran parte dei suoi studi. Gli abbiamo perciò rivolto alcune domande.

Professore, prima di entrare nel merito di alcune specifiche questioni, vale la pena di soffermarsi su un aspetto che sembra contenere delle contraddizioni: per un verso, Papa Francesco ritiene che l’habitat degli esseri umani debba essere costituito da un “mondo aperto” o da “società aperta”; per altro verso, critica aspramente la “cultura occidentale”. Che ne pensa?

È un problema che ho colto anch’io. Soprattutto nella sua parte iniziale, l’enciclica contiene tale contraddizione. Si cerca una “società aperta” che non abbia alcune delle istituzioni che la caratterizzano: proprietà privata, mercato, libertà individuale di scelta. Ma il fatto è che tali istituzioni sono ciò che ha consentito agli esseri umani di affrancarsi dal tribalismo, di ridurre il coefficiente di violenza presente nella convivenza sociale, di apprestare delle difese nei confronti del potere dell’uomo sull’uomo e di crescere economicamente.

Non dobbiamo dimenticare tutto ciò. Per esprimere un giudizio completo sulla Grande società, non possiamo limitarci a considerare solamente quel che non ci piace. Dobbiamo tenere conto dei vantaggi diretti di cui siamo beneficiari, nonché avere chiara consapevolezza dei mali a cui le nostre istituzioni ci hanno sottratto e ci sottraggono. Non dobbiamo comportarci come coloro che, essendo affetti da ambliopia, subiscono la disattivazione della visione proveniente da uno dei due occhi; e vengono in tal modo privati dell’immagine di una parte rilevante della realtà.

Sì, certo. Vorrei tuttavia aggiungere che Papa Francesco si è spinto anche oltre. Ha parlato di una “società fraterna”. Credo che tutto ciò non sia sfuggito alla sua attenzione. Come valutare l’utilizzo di tale espressione?

È sicuramente un’immagine accattivante. Anche se la stessa parola o la stessa espressione possono a volte significare cose diverse, devo tuttavia rammentare che quella della “società fraterna” è un’idea che si trova negli scritti di molti rivoluzionari, fra i quali Nikolaj I. Bucharin e Evgenij A. Preobrazenskij. È la “promessa” di una società in cui vengano meno la dimensione economica e quella politica della vita. Che tutto ciò possa essere realizzato sulla terra, non è assolutamente pensabile. Le vicende storiche mostrano che tutti i tentativi finalizzati a tale obiettivo hanno prodotto esiti disumani e disastrosi.

Come ha sottolineato Georg Simmel, c’è al fondo della condizione umana il problema che nasce dalla “scissione” fra desiderio e appagamento. Viviamo fuori da quella “situazione rappresentata simbolicamente dal Paradiso terrestre”, in cui il desiderio e il suo soddisfacimento trovano simultanea coincidenza. Quella umana è una condizione di scarsità, non solo di risorse materiali. E ciò rende impossibile la creazione di una società a-economica e a-politica. Simmel ha ancora scritto: «La società dei santi, che Dante contempla nella rosa del Paradiso» si può configurare come un tutto “armonico”, ma è anche «sottratta a ogni mutamento e a ogni sviluppo, mentre già l’assemblea sacra dei Padri della Chiesa, nella Disputa di Raffaello, si presenta sotto forma di una notevole diversità di stati d’animo e di orientamenti di pensiero».

Ciò mi è chiaro. Vorrei, però, volgere l’attenzione all’affermazione secondo cui la proprietà privata è “subordinata alla destinazione universale dei beni della Terra” e al “diritto di tutti al loro uso”. Qual è il suo giudizio?

Credo che, se consideriamo dapprima la concezione del processo economico che Papa Francesco sottoscrive, le cose possano diventare più comprensibili. C’è un riferimento a Giovanni Crisostomo, il quale riteneva che «quando distribuiamo agli indigenti qualunque cosa, non elargiamo roba nostra, ma restituiamo loro quel che a essi appartiene». Ciò non ha alcuna fondatezza. L’affermazione è tuttavia importante. Lascia infatti comprendere che per Crisostomo il processo sociale è un gioco a somma zero: perché da una parte ci sono gli abbienti e dall’altra ci sono i poveri. La ricchezza degli uni è conseguita a scapito degli altri. Ora, se tutto ciò fosse vero, la vita sociale sarebbe una guerra permanente di tutti contro tutti. Crisostomo scriveva in tempi in cui non si era ancora capito che la cooperazione sociale è un gioco a somma positiva, che avvantaggia cioè tutti i partecipanti. Dopo quanto mostrato dalle scienze sociali negli ultimi secoli, non possiamo fare nostra una concezione tanto erronea e inadeguata. Tuttavia, anche a prescindere da ciò, l’idea di Crisostomo approdava a un “comunismo dei consumatori”, incapace di qualunque considerazione del futuro e totalmente ignaro dei problemi della produzione dei beni.

Può adesso commentare più direttamente quanto Papa Bergoglio dice a proposito della proprietà privata e del mercato?

Lo faccio. Ci sono anzitutto delle cose che bisogna chiarire. La proprietà privata è condizione necessaria della libertà individuale di scelta. Volendo impedire all’individuo qualunque capacità realizzativa, Platone riteneva indispensabile sopprimere la proprietà privata. Nella seconda metà del Seicento, dopo avere viaggiato per l’Oriente, il medico francese François Bernier ha giustamente scritto che «abolire la proprietà privata significa, per inevitabile conseguenza, introdurre la tirannia, la schiavitù, l’ingiustizia e la miseria». Ciò significa che, se le risorse vengono monopolizzate da chi detiene il potere politico, i cittadini perdono ogni possibilità di scelta.

Papa Francesco ha affermato che «il diritto alla proprietà privata si può considerare solo come un diritto naturale secondario e derivato dal principio della destinazione universale dei beni creati». Certo, se i beni fossero stati creati in abbondanza, si potrebbe anche accogliere tale principio. Ma i beni sono scarsi. E la proprietà privata è chi amata a delimitare i confini fra ciò che appartiene a ciascuno di noi e che, in una società di mercato, riflette la capacita di servire gli altri. Di qui la conseguenza che la proprietà non si acquisisce una volta per tutte; si acquista (e si può conservare, ma non è detto che sempre si riesca) attraverso l’importanza di quel che sappiamo fare a beneficio altrui. Il che spiega la sua funzione sociale.

La proprietà e la sua emanazione, l’impresa, devono collocarsi all’interno di un coerente contesto di regole giuridiche e di consuetudini morali. Proprietà e impresa non “hanno”, “sono” una funzione sociale. Non possono perciò essere piegate ad altri scopi, pena il loro snaturamento.

La proprietà privata è un istituto giuridico che conferisce al suo titolare delle facoltà e impone degli obblighi. Essa si acquista tramite lo scambio volontario, in un contesto tutelato dal diritto, in un habitat normativo cioè che appone delle fronti ere alle azioni di ciascuno. Accade però che coloro che non amano la “società aperta” e le sue libertà vogliono eliminare la proprietà privata o, in alternativa, pensano di “neutralizzarla” attraverso i più disparati interventi “regolativi”.

Ritengono che la politica debba fornire gli occhi al meccanismo “cieco” del mercato. Ma quello del mercato non è un meccanismo “cieco”, perché risponde alle esigenze sovrane dei consumatori. E gli occhi dei politici non posseggono l’onniveggenza che assicuri l’individuazione del “bene comune”. I governanti possono autoritativamente imporre una scala obbligatoria dei fini. Ma ciò non rappresenta il bene che accomuna tutti; esprime semplicemente gli interessi e le preferenze di coloro che si trovano al potere e del loro seguito politico. Quello di “bene comune” è un concetto molto sdrucciolevole. In una “società aperta”, non può essere una meta indicata da un’autorità che si dichiari onnisciente. È semplicemente l’insieme delle condizioni che permettono di accrescere quanto più possibile le opportunità di ognuno. E si realizza tramite la logica competitiva.

Papa Francesco ha scritto che siamo “molto concentrate sulle nostre necessità”, sicché “vedere qualcuno che soffre ci dà fastidio, ci disturba”. È cosi?

Non mi sembra. Proprio perché è in grado di produne una grande ricchezza, la società di mercato pone in essere una gigantesca opera di intervento a favore delle posizioni più disagiate. Mai nella storia si è realizzato un fenomeno altruistico di tali dimensioni. Dietro di esso, si nascondono tuttavia molte degenerazioni poste in essere dai “mestieranti della politica”, i quali non sono il samaritano su cui insiste Papa Bergoglio. Il samaritano utilizzava risorse proprie. I politici spendono risorse altrui e, esattamente per tale ragione, lo fanno spesso senza alcun senso di responsabilità.

Papa Francesco ha affermato che il Covid-19 ha smascherato tutto, ha “messo in luce le nostre false sicurezze”, ci ha fatto comprendere che la “libertà di mercato” non può tutto. Che dire?

L’insicurezza è la condizione umana. E non può essere attribuita al mercato. Ciò che si è verificato è uno shock esogeno, a cui abbiamo potuto rispondere, proprio perché beneficiamo dei mezzi che solo la società di mercato può fornire, in una maniera in altri tempi impensabile. Ma c’è di più. La logica competitiva ci consentirà presto di avere un vaccino e di riprendere con nuovo vigore la libera cooperazione sociale. Il mercato none un “dogma di fede”; è il mezzo attraverso cui esploriamo l’ignoto e correggiamo i nostri inevitabili errori.

Uno degli obiettivi polemici di Papa Bergoglio è l’individualismo, colpito dalla stessa condanna rivolta alla proprietà privata e al mercato. Mi dà una risposta?

Papa Francesco parla dell’individualismo come una forma di isolamento, che «ci fa credere che tutto consista nel dare briglia sciolta alle propri e ambizioni». L’immagine che ci viene in tal modo fornita none diversa da quella fuorviante uscita dalla penna di Charles Dickens. Ma l’individuo è a nativitate un essere sociale. È la persona umana. È l’individualismo coincide semplicemente con l’aspirazione di ciascuno a partecipare liberamente al processo sociale. Come ha giustamente affermato Max Weber, esso ha dato vita «a un’infinita molteplicità di rapporti etici».

Come sa, anche all’interno del mondo cattolico, ci sono uomini e donne che conciliano la loro fade religiosa con il sostegno alla società di mercato. L’enciclica colpisce anche loro?

È una lunga storia. I tardoscolastici, pensatori che operarono fra il 1350 e il 1500 e le cui idee sono rimaste vive fino al Seicento, vedevano nella libertà economica una componente essenziale della libertà umana. Rammento i domenicani Francisco de Vitoria e Domingo de Soto, i francescani Juan de Medina e Luis de Alacala, il vescovo agostiniano Miguel Salon e, dopo la fondazione della Compagnia di Gesù, i gesuiti Luis de Molina, Juan de Mariana e altri ancora. Per venire a tempi successivi, potrei ricordare Antonio Rosmini e Frédéric Bastiat, per giungere poi, senza menzionarne molti, a Luigi Sturzo, Luigi Einaudi, Wilhelm Röpke e Michael Novak. È un’estesa tradizione di pensatori (e di credenti) che, all’interno della Chiesa cattolica, hanno ritenuto, e i loro seguaci ritengono, che il mercato non sia che la manifestazione della nostra reciproca dipendenza.

Vuole aggiungere dell’altro?

Vorrei nello specifico rammentare che la contabilità in “partita doppia”, esaltata da Goethe, è state perfezionata Luca Pacioli, frate francescano, che collaborò con Leonardo da Vinci presso la corte di Ludovico il Moro. E, più in generale, vorrei ricordare quanto scritto da Karl R. Popper: coloro i quali «esaltano la reputazione di Platone come maestro di morale e proclamano al mondo che la sua etica è, fra quelle proposte prima di Cristo, la più vicina al cristianesimo, spianano la strada al totalitarismo e, più in particolare, a una interpretazione totalitaria del cristianesimo».

Sono considerazioni su cui vale la pena riflettere.

Pietro di Muccio De Quattro, Il Dubbio 17 ottobre 2020