Quando le riforme fanno bene

Quando le riforme fanno bene

Come mettere le ali al Paese? Nel dibattito italiano non si parla più di riforme. Ma le poche realizzate negli anni scorsi hanno avuto effetti positivi, come dimostra uno studio recente. Il commento di Alberto Mingardi.

Per anni abbiamo discusso animatamente non «se» bisognava fare le riforme, ma di «come» dovevano essere fatte. In questa legislatura la stessa parola è scomparsa dall’agenda politica. I due partiti maggiori, Lega e Cinquestelle, hanno guadagnato consenso accusando l’establishment del Paese non di non aver fatto le riforme, ma di averne fatta una di troppo, la riforma Fornero. Oggi l’Italia attende le risorse di Next Generation Eu ma continua a rifiutare la possibilità di indebitarsi attraverso il Mes, per paura di qualsiasi «condizionalità». E ciò che spaventa della condizionalità è proprio che sia vincolata a possibili riforme strutturali.

Un paper di tre ricercatori della Banca d’Italia (Emanuela Ciapanna, Sauro Mocetti e Alessandro Notarpietro) prende in esame tre «riforme strutturali» del recente passato e ne stima l’effetto sulla crescita. Le riforme strutturali agiscono «sul lato dell’offerta», per migliorare l’allocazione dei fattori produttivi e, pertanto, aumentare la produttività. Ciapanna, Mocetti e Notarpietro hanno considerato 1. la liberalizzazione dei servizi, 2. il modo in cui sono stati distribuiti i sussidi all’innovazione di Industria 4.0 e 3. quell’insieme di misure che sono state messe in atto per rendere più agile la giustizia civile. Val la pena ricordare che nessuna di queste è una «grande riforma»: «Industria 4.0» ha rappresentato un miglioramento rispetto alle modalità precedenti di sostegno all’impresa, quando parlano di liberalizzazione dei servizi i tre economisti si riferiscono alle misure del «Salva Italia» del 2011, la riforma della giustizia civile è avvenuta «a spizzichi».

Effetti non immediati
Queste correzioni di rotta hanno «già iniziato a produrre i loro effetti sulle principali variabili macroeconomiche e sulla produzione potenziale dell’Italia. In particolare, e tenendo conto dell’incertezza che circonda le nostre stime microeconometriche, nel 2019 il Pil era tra il 3 e il 6% superiore a quello che sarebbe stato in assenza di queste riforme, con il contributo maggiore attribuibile alle liberalizzazioni nel settore dei servizi».

L’effetto delle riforme strutturali non è istantaneo. Prendiamo la liberalizzazione dei servizi. Ciapanna, Mocetti e Notarpietro stimano che, nel breve termine, induca a rimandare certi acquisti, in vista di un momento nel quale il loro prezzo si sarà ridotto, grazie alla liberalizzazione annunciata. Per questo, ipotizzano che nei primi quattro anni la riforma abbia un effetto leggermente negativo sulla dinamica dei consumi. Anche le imprese rinviano gli investimenti, in vista di quando il capitale e la manodopera saranno più produttivi, grazie all’effetto che la deregolamentazione sortisce sulla produttività totale dei fattori nei servizi. È dal quinto anno in poi che quest’ultima inizia a sostenere gli investimenti, contribuendo all’accumulazione dei capitali e portando a un più sostenuto calo dei prezzi, che riflette un forte aumento previsto della capacità produttiva dell’economia.

Le riforme non hanno mai effetti istantanei, ma determinano un gioco delicato di aspettative. Siccome neanche gli effetti sulla crescita sono immediati, i loro avversari hanno gioco facile nel sostenere che siano state inutili. In più, ovviamente le riforme in questione, così come pure molte altre, non sono le uniche cose che siano avvenute in Italia in quegli anni.

La crescita, o la sua assenza, è l’esito di una pluralità di fattori: su alcuni di essi la politica ha voce in capitolo (politica fiscale, regolamentazione), su altri no (dal commercio mondiale all’impatto dell’innovazione tecnologica). Per questo economisti come Ciapanna, Mocetti e Notarpietro giocano con simulazioni e modelli che consentano di provare a isolare l’effetto di quelle particolari misure, in un contesto attraversato dai fenomeni più diversi.

Liberalizzazioni del «Salva Italia»

Ricordiamo per un momento quali sono state le liberalizzazioni del «Salva Italia» (2011, non 2020): apertura alle società di capitali nelle professioni, revisione della pianta organica delle farmacie, annullamento dei vincoli d’esclusiva per benzinai, deregulation di orari di apertura e limiti territoriali per gli esercizi commerciali. In alcuni casi, il cambiamento è rimasto solo sulla carta e c’è stato bisogno di provvedimenti successivi (come la legge sulla concorrenza del 2017) per realizzarli. L’unica misura che ha trovato applicazione in breve tempo è stata la liberalizzazione del commercio, che era l’ultimo atto di un processo avviato negli anni Novanta.

I costi dei «no»

Eppure Ciapanna, Mocetti e Notarpietro stimano che gli effetti di questa serie ampiamente imperfetta di innovazioni normative, nell’ambito dei servizi, siano valsi buona parte di quei tre punti di Pil in più che dobbiamo a queste tre specifiche riforme strutturali.

Tre punti di Pil non sono pochi, soprattutto se consideriamo la natura dei cambiamenti di cui parliamo. Si tratta di riforme tutto sommato modeste, che però sono servite a consentire a individui e imprese di disporre con maggiore libertà delle proprie risorse.

I tanti vincoli che bloccano il Paese

Pensiamo a quanti vincoli persistono nel nostro Paese, e a quanti se ne aggiungono, anno dopo anno. Pensiamo a tutto ciò che, sul lato dell’offerta, nella disciplina delle professioni, nelle regolamentazioni dei servizi, rende difficile provare a cambiare la sistemazione dei fattori produttivi. E proviamo a renderci conto che tutte queste tutele e garanzie sono punti di Pil persi. Se nello choc pandemico arranchiamo più degli altri, e se ne usciremo verosimilmente peggio e dopo gli altri, forse la cosa ha a che fare anche con le riforme che non abbiamo fatto e che ci ostiniamo a non fare.

Alberto Mingardi, L’Economia del Corriere della Sera 23 novembre 2020