Reagan non era Trump

Reagan non era Trump

Il 4 novembre 1980, Ronald Reagan veniva eletto presidente degli Stati Uniti: l’anniversario è l’occasione per ripercorrere la parabola di uno dei presidenti americani più popolari di sempre. L’articolo di Alberto Mingardi.

Nel nostro paese Ronald Reagan resta sempre un “attore” prestato alla politica. In molti continuano a stupirsi che, dopo una cinquantina di film mediocri, gli fosse andato bene il provino per la parte più importante: leader del mondo libero. È difficile dar torto ai trumpiani d’Italia, quando ricordano che ciò che si dice, nell’opinione pubblica colta, del loro paladino non è poi tanto diverso da quel che si pensava del quarantesimo presidente degli Stati Uniti. “Inquietudine nel mondo per la vittoria di Reagan”, titolava l’Unità. Del resto, se gli europei votassero per la Casa Bianca l’ultimo Presidente repubblicano sarebbe stato Dwight Eisenhower.

Quando, il 4 novembre 1980, vinse le elezioni contro Jimmy Carter, Ronald Reagan non era un apprendista della politica. Nato in una famiglia di mezzi molto modesti in Illinois, “Dutch” aveva studiato all’Eureka College, piccola università fondata da un gruppo di protestanti abolizionisti un secolo prima. Quand’era ancora una matricola, divenne per caso il leader di una protesta studentesca che culminò con le dimissioni del rettore, il quale per la verità cercava solo, probabilmente con più buon senso dei suoi studenti, di ridurre il numero dei corsi per far quadrare il bilancio. Nel corso di una manifestazione improvvisata, Reagan prese la parola per ultimo, a notte fonda, ma entusiasmò i suoi colleghi al punto che essi si misero in “sciopero”. Trentotto anni dopo, sarebbe diventato governatore della California promettendo di “ripulire il casino a Berkeley”.

In parte la storia dell’evoluzione “ideologica” di Reagan è la parabola di una generazione, “la più grande generazione” per citare il giornalista Tom Brokaw: quella che, dopo aver vissuto la Grande Depressione, vinse la guerra, “festeggiò con gioia ma velocemente e subito si mise al lavoro per ricostruire le proprie vite e il mondo che desideravano”. Da giovane “Ronnie” era un “new dealer fino al midollo”, aveva prestato servizio arrivando al grado di capitano (combattendo però nelle trincee della propaganda) e nel 1947 divenne il capo della Screen Actors Guild. La guerra aveva lasciato su di lui un’impressione fortissima: era ossessionato dall’idea di costruire un mondo finalmente libero dalla possibilità di una guerra nucleare. Si spiegano così le cosiddette “guerre stellari” e gli sforzi del vertice di Reykjavík, fallito per la gioia di Margaret Thatcher, che a differenza dell’amico credeva nella deterrenza più che nel disarmo.

Proprio quella generazione, che si era sobbarcata la fatica di ricostruire il Paese, era sensibile al contrarsi degli spazi di iniziativa economica. Da principio la sua domanda di “liberalizzazione” trova una risposta parziale. Mentre l’America riscopre nel movimento dei diritti civili lo spirito dei fondatori, Washington pensa di poter fare addirittura il “fine tuning”, come se l’economia fosse un meccanismo di cui disporre la messa a punto.

L’esperienza di “sindacalista degli attori” di Reagan termina negli anni Cinquanta. Nel 1952 vota per Ike (ma è un “Democrat for Eisenhower”) e nel 1964 tiene un discorso memorabile a conclusione della sfortunata campagna elettorale di Barry Goldwater. “The Speech”, così lo ricordiamo, era una eloquente esposizione della filosofia del candidato repubblicano e, ovviamente, del suo più fortunato successore. “È venuto il momento di chiederci se abbiamo ancora quelle libertà che erano state pensate per noi dai Padri fondatori”. “Questa è la posta in gioco di questa elezione: se crediamo nella nostra capacità di autogovernarci o se abbandoniamo le idee della rivoluzione americana e confessiamo che una piccola élite intellettuale in una capitale lontana può pianificare la nostra vita meglio di quanto possiamo pianificarla noi stessi”.

È troppo presto. Il welfare state (la “Great Society”, per dirla all’americana) si espande sulla base della promessa implicita che un accorto interventismo riuscirà a garantire alti tassi di crescita. E’ un “consenso” che coinvolge democratici e repubblicani, incluso Richard Nixon, il vero padre dello “Stato regolatore” a stelle e strisce. È Nixon che riporta alla Casa Bianca i Repubblicani, non Goldwater anche se, nel 1980, il commento migliore è di George Will: Goldwater non ha perso le elezioni, ci sono solo voluti sedici anni per contare i voti.

Gran comunicatore (ma non solo)

Al più a Reagan si concede d’essere stato un “grande comunicatore”. Lo fu senz’altro. Un suo speechwriter descrisse la voce di Reagan come “un ottimo Merlot che viene versato delicatamente in un calice di cristallo”. Esiste un’altra voce che avrebbe potuto dire “Mr Gorbaciov tear down this wall”?

Quella voce era uno strumento perfettamente accordato, passava con disinvoltura dall’allegro appassionato dei suoi discorsi migliori ai trilli di un’ironia inconfondibile. Le sue battute erano studiate. Reagan, hanno notato in molti, era formidabile nello scremare le storielle sconce: le trasformava in racconti divertenti a misura di famiglia, magari persino con un vago sottotesto morale.

Mai che sembrasse una recita. Guardate il video di quello storico dibattito del 1984 e fissate il volto di Walter Mondale quando Reagan dice, con la faccia seria di un bambino che ha appena nascosto una caramella, “mi impegno a non fare dell’età anagrafica un tema di questa campagna. Non ho intenzione di sfruttare per scopi politici la gioventù e l’inesperienza del mio avversario”. Mondale scoppia in una risata sincera. In quel frammento di pochi secondi c’è la civiltà di un mondo politico perduto, nel quale si poteva ridere con e non solo del proprio avversario, e un distillato del genio retorico di Reagan.

Era solo un attore, non sufficientemente bravo per Hollywood ma perfetto per quel palcoscenico minore che è la politica? Oggi sappiamo che dalla Casa Bianca scrisse qualcosa come 1000 lettere a cittadini che avevano, forse per gioco, spedito un messaggio nella bottiglia al presidente degli Stati Uniti. L’incombenza veniva evasa durante una pausa pomeridiana etichettata come “personal time”, mentre i suoi collaboratori pensavano stesse schiacciando un pisolino. Sappiamo anche che per quasi quarant’anni scrisse costantemente a Nancy, lettere vere e proprie quando erano lontani, messaggi epigrammatici, proto-Whatsapp, quando stavano a pochi metri di distanza.

Nel 1975, persa la battaglia per la nomination repubblicana con Gerald Ford, Reagan si trova a scegliere fra un contratto da opinionista televisivo e uno show radiofonico settimanale. Decide per il secondo, con una certa sorpresa dei suoi consulenti. Uno di questi, l’economista Martin Anderson, gli chiede come è il caso di organizzarsi. Tocca a lui, ad Anderson, inviargli una prima bozza per ciascuno di questi brevi discorsi? La risposta di Reagan lo stupisce: “sai, Martin, se si trattasse di un editoriale per un qualche giornale faremmo senz’altro così. Ma questa è la mia voce…”.

Reagan tenne 1.032 interventi radiofonici fra il 1975 e il 1979: anticipando i temi che saranno cruciali nella campagna elettorale del 1980. La riduzione delle imposte, il ritorno ai princìpi dei Padri fondatori, la lotta all’inflazione, l’idea che la Guerra Fredda debba finire con un vincitore. Di 679 esistono i manoscritti, tutti rigorosamente su block notes gialli a righe, conservati alla Reagan Library. Dei restanti 353, dagli archivi risulta che 39 siano stati preparati dai suoi collaboratori. Ne restano 312: un’analisi statistico-linguistica ha suggerito che Reagan sia stato aiutato nel prepararne 145, mentre 167 sono interamente farina del suo sacco.

L’esperienza in General Electric

Reagan arriva alla Casa Bianca avendo maturato un’importante esperienza di governo in California. Sulla scrivania tiene una piccola targa con queste parole: “Non c’è limite a ciò che un uomo può fare o a dove può arrivare se non gli importa di chi si prende il merito”. Si dice spesso che un leader deve saper scegliere collaboratori migliori di lui, ma di solito un leader se ne guarda bene, temendo che i collaboratori migliori di lui gli facciano le scarpe. Reagan aveva avuto un’infanzia difficile, un padre alcolizzato e disoccupato, ma anche una madre che gli aveva infuso grande fiducia in se stesso. Venuto su dalla povertà vera, non giocava al forte coi deboli, come fanno gli insicuri che trovano nel potere un ancoraggio. Provava a imparare da chi ne sapeva più di lui, con indefettibile calma e serena determinazione.

Dove invece aveva maturato le sue idee? Come aveva fatto a passare da “new dealer fino al midollo” a primo violino del conservatorismo antistatalista?

Nel 1954, era stato assunto dalla General Electric per condurre un programma televisivo, il General Electric Theater. La collaborazione con GE diede al futuro governatore della California due cose. La prima era un contatto di prima mano con il modo in cui si esprimeva l’innovazione di un’impresa. Reagan visitò circa 135 impianti e fabbriche di GE, parlò con ricercatori, manager, impiegati e operai di ogni ordine e grado. Era stato scelto per l’abilità oratoria: non si limitava a leggere il gobbo, si guardava attorno e apprendeva dalle sue conversazioni, restituiva in forma pubblica quel che aveva imparato.

La seconda era un’istruzione economica. Era finito nel posto giusto. Il presidente della GE, Ralph Cordiner, si era inventato una scuola di formazione per i manager del gruppo a Crotonville, all’incirca un’ora di macchina da New York. “Fino al 1939”, spiegava Cordiner, “l’impresa era stata in grado di operare in modo efficiente sotto una forma manageriale fortemente centralizzata”. La guerra aveva dato un forte impulso alla produzione e GE si era trasformata nel grande conglomerato che è tuttora. Non c’era uomo solo al comando che potesse reggere: bisognava puntare sulla decentralizzazione e sulla responsabilità di ogni executive. Cordiner e il suo vicepresidente che si occupava di relazioni industriali, Lemuel Boulware, erano convinti assertori dell’importanza di costruire una “cultura d’impresa”. Boulware organizzava dei minicorsi direttamente negli stabilimenti. Venivano trasferite sia conoscenze di dettaglio, le best practice su come gestire una certa macchina e una certa funzione aziendale, sia una visione d’insieme su ciò che faceva l’azienda, ritenuta necessaria per motivarli al meglio. In questo contesto, Boulware distribuiva anche opere di divulgazione economica.

Leader non improvvisato

Thomas Evans, nel suo libro su Reagan alla GE, spiega che “Dutch” “non aveva avuto modo di partecipare né alla scuola di Crotonville né di seguire i corsi presso le fabbriche, ma dominava i libri, gli articoli, i giornali i pamphlet e tutti i materiali distribuiti a vario titolo dall’azienda”. Ronnie aveva paura di volare e così si spostava in lungo e in largo in treno, utilizzando il tempo degli spostamenti per leggere. Fu con tutta probabilità su un treno che lesse i lavori di un autore molto stimato da Boulware, Henry Hazlitt. Il libro più noto di Hazlitt è “L’economia in una lezione” (IBL Libri), una introduzione ai princìpi della scienza economica nel solco della scuola austriaca.

Fatto il primo passo, ne fece altri, da solo. All’inizio del suo secondo mandato, Reagan convocò Milton Friedman e Alan Greenspan chiedendo loro di spiegargli perché non si poteva tornare al gold standard. Il presidente non era certo un economista ma da letture non superficiali associava il sistema aureo al massimo esempio di stabilità monetaria. Perché non tentare di metterla sotto controllo, una volta e per tutte, questa maledetta inflazione? È inimmaginabile un altro politico fare a Milton Friedman una proposta che quest’ultimo deve affannarsi a smontare in quanto pericolosamente ultra-liberista.

Secondo i suoi conti, negli anni alla GE Reagan aveva incontrato circa 250 mila impiegati dell’azienda, passato in viaggio due anni degli otto che aveva lavorato per essa e fatto fino a quattordici conferenze al giorno. “Mi sono goduto ogni minuto”.

L’apprendistato di Reagan è allora lungo e sfaccettato. A differenza di alcuni suoi successori, non è stato eletto dopo appena tre anni in Senato e neppure ha costruito la sua popolarità sulla conduzione di un reality. Leggeva, scriveva, imparava. Ha commesso errori come qualsiasi capo di stato, ma non sono stati l’esito dell’improvvisazione di un attore balzato improvvisamente al centro della scena internazionale. Alla sfida più grande si era meticolosamente preparato per trent’anni.

Erano altri tempi. All’epoca, la realtà si ostinava a suggerire che prepararsi servisse a qualcosa. Hugh Sydney, un giornalista del Time che l’aveva seguito nei suoi viaggi a Mosca e Londra nel secondo mondato, pensava che i discorsi che aveva fatto in queste due città fossero fra i migliori del presidente. Con una certa curiosità chiese perciò a uno dei suoi speechwriter chi li avesse scritti. “Reagan. Si tratta in buona sostanza di discorsi ispirati a quelli che faceva ai tempi della General Electric”.

Alberto Mingardi, Il Foglio 4 novembre 2020