Recovery Fund: per poterlo sfruttare servirà diventare liberali

Recovery Fund: per poterlo sfruttare servirà diventare liberali

I miliardi del Recovery Fund? Faranno comodo. A patto che ci comporteremo da formiche e non da cicale. Il commento di Francesco Forte.

La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha presentato la proposta di Fondo per la Ricostruzione (Recovery Fund), di 750 miliardi, sul bilancio dell’Unione europea, gestito dalla Commissione europea, sotto il controllo del Parlamento europeo. Esso partirà col nuovo bilancio settennale 2021-2028 e sarà erogato in tre tranche da 250 miliardi l’anno.

Poiché il bilancio europeo (senza il Regno Unito) è di circa 125 miliardi, pari all’1% del Pil, esso così arriva, per un triennio, al 3% del Pil. Per un triennio l’Eurozona avrà una sua propria politica fiscale, soprattutto perché due terzi del totale sono erogazioni a fondo perduto, cioè trasferimenti effettivi, e solo un terzo prestiti (mediante un fondo fuori bilancio, in quanto il bilancio dell’Unione europea, secondo le vigenti regole, deve esser in pareggio). La Banca centrale europea, può comprare questo debito e immettere denaro nell’economia, tramite il bilancio europeo.

Una svolta storica, per l’Europa, ma non certo il toccasana per noi. L’Italia avrebbe circa 173 miliardi, di cui 82 per trasferimenti e 91 per prestiti, ossia annualmente 27 miliardi a fondo perduto e 33 per prestiti: in totale 3,3 punti di Pil annui. Ma dovrà contribuire al bilancio europeo con tributi ecologici e tassazione delle multinazionali che operano nel commercio in rete ed eventuali altre risorse per forse 15 miliardi annui, sicché avrà un beneficio netto annuo di 12 miliardi.

Il resto sono debiti che vanno ripagati e che è bene farsi dare solo se sono realmente destinati alla rinascita, in modo produttivo, ossia con a) investimenti in infrastrutture e in ricerca; b) ricapitalizzazioni delle imprese e del lavoro autonomo; c) costi di fideiussioni a favore degli investimenti di imprese private. I prestiti vanno restituiti e il loro costo per capitale e interessi va a entità non italiane. Pertanto grava sulla nostra bilancia dei pagamenti. Ciò comporta che essa abbia un attivo per pagarli, sottraendo risorse alla domanda interna. Dunque, il gioco non sempre vale la candela. Ovvero il gioco è a somma positiva per formiche, non per cicale; per chi sta con l’economia di mercato, non per burocrati, giustizialisti, per fautori della decrescita felice.

La svolta storica per cui l’Unione Europea, finalmente, si dota di una sua politica fiscale e lo fa rompendo il tabù del bilancio in pareggio, per iniziativa tedesca, ponendo tutto ciò sotto il controllo del Parlamento europeo anziché dell’asse Berlino-Parigi, a noi giova soprattutto indirettamente, tramite il fatto che ciò rilancia l’economia europea e affianca la Bce nel suo compito di politica monetaria.

Ma i nostri problemi rimangono quasi tutti e pertanto l’esultanza di Conte, di Sassoli (il presidente del Parlamento europeo, del Pd), del senatore Marcucci, pure lui del Pd, che canta vittoria contro le tesi del centrodestra è del tutto fuori luogo. Il Recovery fund vale dal prossimo anno, non ora. Olanda e company, comunque, si oppongono e si dovrà trovare un compromesso.

Inoltre per fruire di esso bisogna sbloccare gli investimenti con commissari, tipo Ponte Morandi, non con decreti fumosi di 300 articoli di “semplificazioni”. Il problema del livello abnorme del nostro debito pubblico in rapporto al Pil lo possiamo risolvere solo valorizzando i nostri risparmi, riducendo le imposte per favorire l’economia di mercato, togliendo i lacci e lacciuoli arbitrari inventati da super esperti e sceriffi.

Francesco Forte, Il Giornale 28 maggio 2020