Reddito di cittadinanza, 4 motivi per cui non funziona

Reddito di cittadinanza, 4 motivi per cui non funziona

Sussidi a pioggia, scarsi controlli, pene difficilmente applicabili, uso inappropriato dello strumento dell’autocertificazione. Ancora una volta, l’assistenzialismo mina alle fondamenta la credibilità dello Stato. Il commento di Carlo Nordio

La notizia che la Guardia di Finanza di Agrigento ha scovato vari percettori del reddito di cittadinanza imputati di gravissimi reati, tra i quali l’omicida del giudice Livatino, ci riempie di dolore e di sdegno, ma non di sorpresa. E questo per quattro ragioni.

1. La prima è che quando questi sussidi vengono distribuiti a pioggia, quest’ultima cade, come nella famosa lirica di D’Annunzio, un po’ dappertutto e senza discriminazione. Questo reddito, infatti, è erogato con criteri formalmente minuziosi ma in sostanza vaghi e generici, che riflettono l’approssimazione con la quale il governo ha affrontato il problema della povertà.

La quale, come è noto, non si combatte con la benevolenza assistenziale, ma favorendo gli investimenti, il lavoro e i consumi. Mentre in questo caso ha avuto l’effetto esattamente contrario, perché da un lato ha assecondato l’inerzia di chi riteneva più conveniente ottenere il soccorso piuttosto che cercarsi un’occupazione, e dall’altro ha avvilito chi invece lavorava sul serio con una retribuzione quasi pari a quella dei veri o falsi indigenti.

2. La seconda è che sono mancati del tutto i criteri di controllo sui presupposti dell’erogazione, la quale prevede non solo lo stato di bisogno del richiedente, ma anche le sue specchiate qualità morali e l’impossibilità di occupazioni alternative.

Quest’ultima incombenza è infatti stata affidata a organismi improvvisati e impreparati, tra l’altro sprovvisti di strumenti per selezionare le domande con tempestività e rigore. Ora, in una Paese in cui da anni assistiamo ai deplorevoli esempi di ciechi patentati, rugbisti zoppi, sordomuti concertisti, paralitici maratoneti e altre strambe anomalie, era prevedibile che molte richieste fossero quantomeno opinabili.

3. La terza, e consequenziale, è che si è fatto ancora una volta ricorso all’autocertificazione. La quale, come tutti sanno, fa affidamento sull’onestà e il senso civico di chi la sottoscrive. Orbene, questa soluzione è utile solo in una circostanza: quando si tratta di attestare l’esistenza dei requisiti necessari per partecipare a concorsi pubblici, o altre analoghe competizioni. In tal modo, invece di affossare le Commissioni giudicatrici con una marea di carte che potrebbero rivelarsi inutili, si preferisce rimandarne la verifica al momento successivo, quando il candidato ha superato il concorso o si è aggiudicato la gara, ma comunque prima che ne tragga un qualsiasi vantaggio.

L’autocertificazione invece si rivela pericolosa quando il suo controllo avviene dopo l’erogazione del beneficio, perché ne è difficile il recupero ma soprattutto perché, anche se il danno erariale può essere modesto, quello sociale è immenso, perché mina alle fondamenta la credibilità dello Stato. Come appunto sta accadendo nel caso in questione.

4. La quarta è che le sanzioni per questa appropriazione fraudolenta sono forse adeguate nella loro entità, ma come al solito inesistenti nella loro applicazione concreta. L’articolo 7 del DLgs 4/2019, che consta di ben quindici commi, prevede pene che, con le solite attenuanti, ricadono ampiamente nella sospensione condizionale, e in pratica, vista anche la lentezza biblica della nostra giustizia, sono puramente platoniche. Noi siamo per principio contrari alla proclamazione di pene, come si dice, esemplari ed eccessive. Ma se, come in questo caso, offendono i veri indigenti e arricchiscono i mafiosi, sarà bene riflettere su qualche correttivo.

Un’ultima considerazione. Questo vergognoso episodio non rivela soltanto la disonestà di alcuni loschi figuri, ma il pericolo maggiore per le nostre magre risorse: la sciatteria e lo spreco nella loro gestione. E questo è un equivoco che va chiarito. Perché da sempre si crede che la loro insidia maggiore risieda nella criminalità e in particolare nella corruzione. No, risiede nello spreco. La corruzione, dai tempi di Lisia e di Cicerone, esiste dappertutto, anche nei Paesi più ordinati e progrediti, con la differenza che da noi è accompagnata e assistita da una serie incredibile di elargizioni, non necessariamente illecite, ma spesso superflue, volte ad acquisire consenso politico e clientelismo elettorale. L’inchiesta sul Mose, ad esempio, ha rivelato che accanto alle pur consistenti mazzette un flusso enorme di denaro era destinato ai soggetti più disparati.

E temiamo che con il reddito di cittadinanza stia accadendo proprio questo. Che oltre all’arricchimento, come stiamo vedendo, di soggetti criminali, vi sia un intero sottobosco di percettori abusivi, ancor più difficili da scoprire dei mafiosi con un certificato penale compromesso. Non più una pioggia ma un’alluvione di sperperi, che cade non solo sui nostri cuori, come nella poesia di Verlaine, ma sulle nostre finanze dissestate.

Carlo Nordio, Il Messaggero 20 novembre 2020