Regionali, i dilemmi dei leader sovranisti dopo il voto

Regionali, i dilemmi dei leader sovranisti dopo il voto

È esagerato ritenere che le amministrative siano state un passo falso per la destra-centro, visto che questa ha conquistato una regione. Ma non è esagerato affermare che per i sovranisti ci sia più di un problema. Giovanni Orsina ci spiega perché.

La notizia della morte politica della destra sovranista è grossolanamente esagerata. La coalizione di cui i sovranisti sono magna pars ha conservato le due regioni che già governava. Certo, si può sostenere che Veneto e Liguria rappresentino due casi peculiari e che né Zaia né Toti siano Salvini — ma allora lo stesso potrebbe dirsi di Campania e Puglia, De Luca ed Emiliano.

Numeri in aumento

Ha conquistato le Marche, portando a 15 le regioni che amministra. Ha perso nettamente ma dignitosamente in Toscana, così come a gennaio era accaduto in Emilia-Romagna. Alle elezioni europee dello scorso anno Lega e Fratelli d’Italia sommate insieme avevano superato il 40%, per arrivare con Forza Italia al 50%. Da allora, nonostante la crisi del Conte I e la pandemia, tanto i sovranisti quanto la coalizione di destra-centro hanno tenuto le proprie posizioni in tutti i sondaggi. Ecco: le elezioni regionali dimostrano che questi numeri non esistono soltanto sulla carta, ma pure nel Paese.

La guerra-lampo di Salvini

Tutto bene per i sovranisti, allora? Nient’affatto. I loro problemi non hanno a che vedere tanto col consenso, però, quanto con la capacità di dare a quel consenso una sostanza politica che sappia durare nel tempo. Il 40% dei sovranisti lo ha costruito soprattutto Matteo Salvini. Giorgia Meloni ha lavorato finora molto sulla sua scia, raccogliendo elettori che quello aveva conquistato e poi deluso. Il leader leghista ha adoperato con maestria un’unica tattica assai semplice: la guerra-lampo.

L’operazione ha funzionato fino a quando nell’estate del 2019, com’e ben noto, gli assalitori non si sono infranti sui bastioni di una fortificazione particolarmente coriacea, soprattutto in virtù delle sue fondamenta continentali e non soltanto nazionali. Da allora — e trascorso un anno ormai, e in mezzo c’è stata pure la pandemia — Salvini ha continuato a picchiare invano la testa sul bunker. Non è riuscito a passare insomma dalla guerra-lampo a quella di posizione. E si capisce pure perché: lui sa combattere le guerre-lampo; alla Lega difettano le risorse necessarie alla guerra di posizione; e soprattutto il suo elettorato non è una milizia da trincea, ordinata e disciplinata, ma un’orda volubile, impolitica, irritata e irritabile.

Si capisce, ma il problema resta: con queste elezioni regionali, e salvo sorprese in Italia sempre possibili ma assai poco probabili, lo spazio per la «spallata» al governo si è azzerato. Ammesso pure, considerando l’ombrello europeo che ripara il Conte bis, che quello spazio sia mai esistito. Per Salvini, i sovranisti e il centro-destra l’orizzonte è ora il politicamente lontanissimo 2023: dovranno cercare di arrivarci in buona forma, superando indenni la sfida della gestione dei fondi europei che sarà sì difficilissima per la maggioranza — ma lo sarà ancora di più per l’opposizione.

Nuove idee per la guerra di posizione

La guerra di posizione richiede altre risorse dalla guerra-lampo: idee, classe dirigente, competenze, programmi di governo, coerenza, affidabilità. Soprattutto, richiede che i sovranisti e la coalizione di destra-centro prendano una posizione chiara e difendibile su due terreni fondamentali. 1. Il primo terreno è ovviamente quello europeo, di cui la pandemia ha profondamente modificato la morfologia, aumentando in misura notevole la dipendenza del nostro Paese da Bruxelles (e Francoforte). Su di esso, per altro, si gioca anche la partita del rapporto fra i sovranisti e la «gamba» moderata della coalizione. 2. Il secondo terreno è il rapporto fra Nord e Sud. Se malgrado lo straordinario risultato elettorale Zaia non insidia la leadership di Salvini, è perché il presidente del Veneto rappresenta una Lega «nordista» che, in mancanza di un forte alleato nazionale come fu a suo tempo Forza Italia, rischia di cadere nella semi-irrilevanza. II tramonto di Berlusconi non solo ha aperto lo spazio elettorale per l’operazione nazionale di Salvini, ma per certi versi l’ha pure resa necessaria: a Roma, se resta isolato, un partito pur robustamente radicato nel lombardo-veneto finisce per contare poco.

«Sbarcando» al Sud, tuttavia, la Lega si è messa in concorrenza diretta con Fratelli d’Italia, rendendo più difficile una divisione funzionale dei compiti fra i due alleati. E ha riaperto la questione di chi possa tutelare il Nord, ad esempio spingendo fino in fondo per l’autonomia differenziata. fiche vuol dire anche, in buona misura, proporsi in maniera convincente come referente politico dei ceti produttivi.

Giovanni Orsina, La Stampa 23 settembtre 2020