Ripartire dal merito

Ripartire dal merito

Idee e proposte per far crescere l’Italia, nel nuovo libro di Carlo Cottarelli. “All’inferno e ritorno” è un vero e proprio programma di governo. Ma servirà qualcuno che lo porti avanti…

«Attenzione: maneggiare con cura!» Dovrebbe esserci questa scritta, sulla parola «merito». Come sui candelotti di dinamite nelle frontiere del West. Pericolosi, se usati male o con troppa disinvoltura. Indispensabili, però, per abbattere ostacoli insuperabili, rimuovere mucchi di detriti e spalancare la strada a percorsi nuovi. Indispensabili. E Carlo Cottarelli, nel libro All’inferno e ritorno. Per la nostra rinascita sociale ed economica (Feltrinelli), lo dimostra con parole, numeri, esempi, citazioni, aneddoti esemplari. Partendo dalla denuncia di una società come la nostra dove l’ascensore sociale funziona sempre peggio («secondo la Banca Mondiale occorrono cinque generazioni perché i discendenti di una famiglia nel 10 per cento più povero della popolazione possano raggiungere il livello di reddito medio») per puntare dritto sulla realizzazione non retorica ma vera, reale, concreta, dell’articolo 3 della Costituzione. Che recita: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».

Certo, il saggio dell’economista cremonese, già commissario alla spending review, direttore esecutivo al Fondo monetario internazionale, incaricato per tre giorni nel maggio 2018 di esplorare l’ipotesi di un governo tecnico («Dalle urne è uscita un’Italia che vuole l’opposto di quello che vorrei io, un’Italia che vuole fare più deficit») dopo l’iniziale aborto del contratto giallo-verde e oggi direttore dell’Osservatorio Conti Pubblici della Cattolica di Milano, non parla solo del merito. Scritto come un «programma di governo per i prossimi dieci anni» (copyright Sabino Cassese) coglie un po’ tutti i temi. Le tre crisi a catena sanitaria, economica e finanziaria causate dalla pandemia, i tagli alla sanità, le riforme mai fatte: «Nei vent’anni fra il 1999 e il 2019 la crescita del Pil reale (al netto dell’inflazione) era stata tra le più basse al mondo. Su 182 Paesi per cui il Fondo monetario internazionale pubblica dati sul Pil per quel periodo, eravamo al 187° posto. Peggio di noi avevano fatto solo Paesi come Libia, Venezuela, Zimbabwe, Yemen, Puerto Rico e Repubblica Centrafricana…». Viene in mente, ironizza amaro, il celebre dialogo di Frankenstein Junior di Mel Brooks: «Potrebbe essere peggio» «E come?» «Potrebbe piovere». E piovve.

Problemi e soluzioni

Temi, temi, temi. La necessità della svolta ambientale. Il bilancio dopo un anno: «La crisi sanitaria ci ha colpito in modo violento. Eppure la nostra economia ha sofferto meno di tante altre». Il luccichio dei 209 miliardi di fondi europei: «Abbiamo trovato la nostra cornucopia, il nostro oro nero che ci permetterà per sempre di spendere e spandere senza un vincolo di bilancio?» Nient’affatto: lo Stato deciderà come distribuire «mele o cocuzze» ma «la cornucopia non esiste». Lo spazio alle donne. La scuola, a partire dall’asilo: i nidi d’infanzia hanno posti solo per un bambino su quattro in media e uno su dieci al Sud, eppure il premio Nobel per l’economia James Heckman «stima che il rendimento di un investimento in istruzione è più elevato per l’asilo di qualunque altra fase della vita scolare o post-scolare». E lì che vanno messi più soldi. Sugli asili, le elementari, le medie, le superiori. Da rinnovare con grandi investimenti sulle strutture e sugli uomini. Più docenti? Forse no. Ma pagati meglio: «Tra il 2005 e il 2019 lo stipendio medio degli insegnanti è stato più o meno pari al livello del reddito pro capite mentre, nello stesso periodo, lo stipendio medio degli insegnanti nei Paesi Ocse è stato tra l’11 e il 26 per cento più alto».

Ma è il merito, come dicevamo, il cuore del progetto di Cottarelli per uscire dall’inferno in cui siamo stati precipitati dalla pandemia (e dai nostri errori) e riprendere poi a crescere. Ne parla 104 volte (con le varianti meritocrazia, meritocratica…) in 165 pagine: centoquattro. Un chiodo fisso. Dovuto ad anni di esperienze nei grandi organismi internazionali, nel servizio studi di Bankitalia, a Palazzo Chigi come revisore della spesa pubblica. A parlare di merito, si dirà, sono buoni tutti. Usò la parola trentasette volte in undici pagine, prima di fare il ministro, Mariastella Gelmini nella sua proposta di «Legge Delega al governo per la promozione e l’attuazione del merito nella società, nell’economia e nella pubblica amministrazione». Risultati? Dite voi…

Una svolta necessaria

E proprio il fallimento collettivo su questo tema di tutti i governi di tutti i colori, per bene intenzionati che fossero, ha convinto l’economista che questo è il nodo di una svolta. Certo, non a tutti è dato, quale che sia il suo mestiere, di nascere «bravo». Troppe, le diversità nelle condizioni di partenza. E certo «l’uguaglianza giuridica è necessaria, ma insufficiente». Quanto alle parole evangeliche («Veniva distribuito a ciascuno secondo il bisogno») e poi quelle marxiste («Da ognuno secondo le sue capacità; a ognuno secondo i suoi bisogni!») sarebbe bellissimo se ognuno desse il meglio di sé «senza stimoli e ricompense individuali». Ma è un sogno realizzabile? Mah…

Merito fondamentale

La storia dimostra che il riconoscimento del merito è centrale per fare crescere una società. Ma dimostra anche, scrive Cottarelli citando tra gli altri Norberto Bobbio e Michael J. Sandel (La tirannia del merito, Feltrinelli) che non può essere una crescita selvaggia. Men che meno se il riconoscimento del merito è stravolto e ingiusto. Anche negli Usa dell’American dream non solo «la distribuzione del reddito e, ancor più, della ricchezza si è sempre più sbilanciata a favore dei ricchi» ma la competizione «non è più corretta», dato che «nelle migliori scuole e università ci vanno i figli dei ricchi, magari “comprando” l’ammissione attraverso generose donazioni». Di più: «I premi per chi arriva primo sono esagerati rispetto a quanto spetta agli ultimi». Umiliati dai vincenti che «tendono a essere presi da un senso di tracotanza». Il che fa del merito «una sorta di tirannia, o una regola ingiusta». Destinata a creare danni pesanti a tutto il sistema.

A farla corta: per evitare quegli squilibri e quella tracotanza, secondo Cottarelli, «il principio del merito deve essere moderato da politiche di solidarietà e ridistribuzione». Tanto più una società è obbligata a essere competitiva, tanto più dev’esser giusta e solidale verso chi per nascita, ambiente, storia, limiti dovuti alla buona sorte, competitivo non è: «Che merito c’è a esser bravi?».

Ecco, trovato l’equilibrio citato dalla Costituzione, allora sì occorrerà davvero accelerare, accelerare, accelerare. Dopodiché resterà un problema più «italiano»: la selezione di coloro che meritano. Soprattutto di quanti dovranno rinnovare la pubblica amministrazione. Che certo non può essere affidata a concorsi come quello di qualche anno fa per l’assunzione di 500 giovani al ministero dei Beni culturali. Dove spiccavano quiz come questo: «I “Bronzi di Riace” (V secolo a. C.), oggi a Reggio Calabria, sono stati realizzati: A: In marmo; B: In legno; C: In bronzo».

Gian Antonio Stella, Il Corriere della Sera 17 marzo 2021