Se essere liberisti e riformisti è un male

Se essere liberisti e riformisti è un male

In un’intervista al Foglio, il nuovo responsabile economico del Pd Emanuele Felice riporta indietro l’orologio a un quarto di secolo fa: nessun cenno sullo statalismo di ritorno, ma dito puntato su neoliberismo e riformismo. Insomma, 25 anni di esperienze e di dibattiti a sinistra buttati via di colpo. Il commento di Beppe Facchetti.

Alla sua prima intervista importante (a Luciano Capone su Il Foglio del 16 luglio), il nuovo responsabile economico del Pd, Emanuele Felice, ha sperimentato quanto sia scivolosa la politica. La buccia di banana è quel “meno peggio” che secondo lui definisce perfettamente il riformismo. Una voce dal sen fuggita, ma molto inquietante. Vien subito da chiedersi cosa sia per lui il peggio, e soprattutto il meglio. Dall’intervista queste risposte non vengono, soprattutto perché manca un’idea forte, magari discutibile ma forte, al di là della preferenza per una generica “svolta” del Pd. Il peggio non è certo per lui il populismo, perché anzi con quest’ultimo bisogna “cercare un compromesso a partire dalle forze in campo”, e il Pd è il quarto gruppo parlamentare, naturalmente per colpa di Renzi, il segretario “precedente”.

Se poi vai a cercare il meglio, Felice indica l’attenzione “ai diritti sociali” (quelli umani non interessano, vedi rifinanziamento della guardia costiera libica). Di nuovo il dirittismo, direbbe Barbano, ma non si capisce perché i diritti sociali non possano essere tutelati con il jobs act e lo sviluppo dato dal 4.0 e possano esserlo con il decreto dignità che mette i lavoratori per strada.

Tanto che c’è, il prof. Felice butta una lapide su tutti gli ultimi 25 anni del centrosinistra. Più o meno dal tempo del governo Ciampi. Salva a stento le liberalizzazioni di Bersani, ma poi prende pari pari il progetto Grillo per le telecomunicazioni, e aggiunge Tim nella corsa alle nazionalizzazioni.

Non una parola sullo statalismo di ritorno (anzi esclude Salvini, che è “solo” un liberista), che riporta indietro l’orologio appunto ad un quarto di secolo fa. Eppure il tema del rapporto tra Stato e mercato è sostanziale in questo particolare momento storico, con la pioggia di miliardi europei in mano allo Stato e l’arrembaggio all’acciaio, alle autostrade, all’Alitalia. Su queste cose, il riformismo sarà anche il meno peggio ma non dovrebbe rifugiarsi dietro la scarsa forza parlamentare per giustificare la continuità con il Conte 1 persino sui decreti Salvini e sulla riduzione dei parlamentari in nome della democrazia diretta.

Ancora una perla: Felice giudica “redistributivo” il reddito di cittadinanza, ma forse non ha chiaro il concetto “di sinistra” della redistribuzione: una politica complessiva che usa (anche) le leve fiscali e non certo il debito per affrontare i problemi sociali. Li aggrava soltanto. Quota 100 è una legge “sbagliata” ma va salvata “perché la gente ha fatto dei piani”, come se non ci fossero i giovani i cui piani pensionistici sono del tutto precari. E anche parlare di “ascensore sociale” è una banalità, se non si affronta il tema delle diseguaglianze, centrale oggi nel mondo globale.

Su tutto un capro espiatorio, quanto meno poco originale: il neoliberismo, da mettere sul conto di tutte le sinistre mondiali, che pure in questo momento, secondo Felice, stanno allontanandosene, ma – peccato – qualcuno ci riesce e qualcuno no. Vien da dire meno male.

Ma Felice cerca una spericolata equidistanza tra Corbyn (un disastro) e Blair (13 anni di successi) e “butta a destra” riformatori concreti come Gori, Bonaccini, Sala. Magari perché considera il riformismo un po’ come il Pci fino agli anni 80: un tradimento. Al massimo ci si poteva definire freudianamente miglioristi.

La colpa è dell’ideologia liberale (inutili i secoli di pensiero tesi a definire il liberalismo non come ideologia) e di quella liberista, che ha evidentemente confuso gli orizzonti riformisti, tant’è che Felice fa di ogni erba un fascio liberista addirittura etico: da Dubai a Pechino, a Washington. Questo succede buttando via 25 anni di esperienze e di dibattiti che sono alla base dell’esistenza stessa del Pd. L’unico liberale, in questo lungo periodo, non è stato solo Marattin. Che dire delle battaglie dei vari Salvati, Morando, Rossi, Iachino, per citare dei parlamentari, che dire dei libri di Alesina o di Ricolfi?

Da Bobbio in poi, è bene informare Felice che il rapporto tra liberalismo e socialismo è cambiato, e la sinistra più moderna punta ad innervare il riformismo socialista con i valori liberali. In continuità, non in contrapposizione. È paradossale che il responsabile economico del Pd debba quasi scusarsi di definirsi riformista. Cosi, il meno peggio diventa peggio e basta

Beppe Facchetti, 27 luglio 2020