Smartworking o no, il problema resta quello dell’efficienza

Smartworking o no, il problema resta quello dell’efficienza

Il ministro della pubblica amministrazione dichiara che i dipendenti inefficienti verranno richiamati in ufficio. Una decisione che certifica non solo lo stato comatoso della PA, ma anche un modello nel quale conta più la semplice presenza fisica sul posto di lavoro che il risultato. L’analisi di Carlo Lottieri.

Se uno dei problemi cruciali italiani è la pubblica amministrazione (troppo costosa e inefficiente), è pur vero che non è facile immaginare riforme dotate di una qualche efficacia. Anche per questa ragione lascia abbastanza perplessi la decisione della ministra Fabiana Dadone di richiamare sul posto di lavoro (quale curiosa forma di «penalizzazione») quanti oggi lavorano in smart working e non garantiscono risultati accettabili.

Sullo sfondo c’è la volontà più che giustificata di premiare chi maggiormente s’impegna e penalizzare chi invece lavora poco e male, come avviene nelle aziende private. Il problema è che lo Stato non è un’azienda sul mercato, quanti prendono le decisioni nella Pa spesso hanno obiettivi che poco hanno a che fare con il miglioramento dei servizi e per tutti questi motivi è da decenni che si evocano questi temi senza ottenere risultati.

In molte realtà private che operano in regime di concorrenza lo smart working ha favorito un’evoluzione del modello organizzativo: mettendo al centro i risultati (il lavoro fatto) invece che la semplice presenza fisica sul posto di lavoro. In fondo, per l’impresa è assai meglio che un dipendente faccia in remoto tutto quello che deve fare e bene (anche se a casa gli bastano 7 ore), invece che averlo 8 ore in ufficio a produrre poco o nulla.

È possibile che negli uffici statali si faccia lo stesso? È lecito essere scettici, dato che la gestione dei meccanismi premiali e punitivi nel settore pubblico rischia di essere costantemente condizionata da logiche politiche, sindacali o semplicemente «relazionali». Se gestisco un ufficio statale e non ho grandi motivazioni a gestirlo al meglio (dato che in generale non vi sono incentivi che m’inducano a farlo), difficilmente penalizzerò l’amico e/o riconoscerò i meriti del nemico.

Le cose sarebbero diverse se la burocrazia fosse più localizzata e trasparente, e se quanti ricevono i servizi fossero gli stessi che li pagano: ciò che oggi, in tante circostanze, non si può proprio dire. Per giunta è chiaro che le dichiarazioni della ministra sono l’aperta ammissione di quello che tutti ben sanno. Perché che nello Stato vi sia un gran numero di persone che lavora male, accanto ad altre che tengono in piedi la baracca, è un po’ il segreto di Pulcinella. E allora in questa fase storica che è dolorosa per tutti e che ha visto tantissime imprese dei più diversi settori dover rinunciare a una serie di collaboratori (nel 2020 si sono persi quasi 500mila posti di lavoro), non si capisce per quale ragione lo Stato debba restare il regno del posto fisso.

La bassa produttività dei lavoratori rimasti a casa, su cui ha richiamato l’attenzione la ministra, ci obbliga comunque a riconsiderare lo stato comatoso dell’amministrazione pubblica: un arcipelago di uffici poco produttivi (e ai livelli più alti perfino sinecure) che dovrebbe subire tagli coraggiosi e riduzioni di organico: sempre più urgenti se si vuole offrire una qualche speranza di ripartenza all’economia nel suo insieme.

Carlo Lottieri, 23 dicembre 2020