Stato nelle imprese, una proposta da brividi

Stato nelle imprese, una proposta da brividi

Con l’emergenza sanitaria ed economica, si moltiplicano le sirene dello Stato padrone. Un danno per le imprese, come spiega Alessandro De Nicola.

Dopo editoriali concettuosi, sogni di nuovi Iri, assicurazioni da parte del ministro dell’Economia Roberto Gualtieri che lo Stato non vuole governare le imprese, finalmente c’è qualcuno che parla chiaro. Il vice-segretario del Pd Andrea Orlando, nella sua intervista pubblicata il 7 maggio dalla Stampa, non usa mezzi termini: lo Stato entri nel capitale delle imprese, non come semplice portatore d’acqua, ma anche per farsi sentire vigilando che le stesse “rispettino gli impegni presi”.

Su come esercitare questo controllo Orlando è un po’ vago – magistrato della Corte dei Conti? Osservatori permanenti? Ispettori? – mentre lo è di più sugli obblighi che le società dovrebbero assumere: mantenere la presenza sul territorio nazionale, non delocalizzare, non ridurre la manodopera, realizzare interventi che vadano nella direzione della sostenibilità.

Decolazzare? Lì sì, là no

Cominciamo da quest’ultimo punto: vi è una profonda contraddizione tra il voler far sì che un’impresa possa continuare ad operare (e prosperare) ed imporre dei vincoli che vanno esattamente nella direzione contraria. Non delocalizzare è bello in teoria, ma che diremmo se gli altri governi impedissero alle loro imprese di “delocalizzare” in Italia? In fondo attrarre investimenti esteri è il mantra di tutti i governi, persino i più sovranisti. E il divieto sarebbe valido in ogni circostanza? Se delocalizzare un’attività in joint venture con un’altra impresa all’estero consentisse di salvare dei posti di lavoro in patria che altrimenti andrebbero perduti? Lo stesso dicasi perle riduzioni di manodopera: che fare se una certa linea di prodotti non ha acquirenti? Gli alberghi dovrebbero tenere tutto il personale anche rimanendo metà vuoti per un anno? E una linea aerea? Beh, qui la risposta in effetti è stata già data…

Un governo, anche di illuminati come l’attuale, non è in grado di fare una cernita caso per caso: questa riduzione è virtuosa, questa no, lì va bene delocalizzare, là no.

Stato nel privato, quanti rischi

Entrare nel capitale delle società in modo diffuso, poi, implica molteplici rischi.

1. Il primo è la scelta: con quali criteri lo Stato decide chi è meritevole dei suoi denari? È inevitabile che il settore che ha più forza contrattuale (ad esempio dove i sindacati sono più forti) otterrebbe di più in una logica di scambio politico. Gli aiuti di Stato sono proibiti dai Trattati europei proprio per evitare concorrenza sleale tra chi riceve sussidi e chi no.

2. Inoltre se i soldi pubblici fossero realmente versati ad una miriade di imprese, la società civile come potrebbe esprimere il salubre dissenso democratico essenziale alla democrazia? Se tutti dipendono dai bonifici del ministero, chi criticherà il ministro? In generale la letteratura economica ci dice che le aziende pubbliche hanno risultati peggiori di quelle private e migliorano più se sono sottoposte al controllo incrociato degli investitori e ai rigori della concorrenza (come, ad esempio, alcune delle nostre ottime imprese quotate a maggioranza relativa statale).

Il legislatore dovrebbe quindi incoraggiare le liberalizzazioni, evitare finanziamenti di Stato e diminuire la presenza pubblica. Se vuole far arrivare denaro alle nostre industrie ha la strada maestra di abbassare le tasse (soprattutto quelle più slegate dalla capacità contributiva come I’IRAP), metodo equo che non fa preferenze distorsive, oppure defiscalizzare gli investimenti privati come già prevede la normativa sulle startup o quella sui fondi PIR: sarà il mercato a decidere dove ci sono maggiori chances di sviluppo.

In conclusione, Cassandra temeva gli Achei e i doni che portavano a Troia. È stato un personaggio troppo sottovalutato, verrebbe da dire.

Alessandro De Nicola, 8 maggio 2020